INTERVISTA – Carlo Quintelli: “La stragrande maggioranza degli elettori del centrosinistra di Parma chiede le primarie, il congresso cittadino decida se corrispondere alle loro aspettative”

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Carlo Quintelli

Carlo Quintelli, professore ordinario di composizione architettonica e urbana dell’Università di Parma, è uno dei primi e più attivi firmatari dell’appello per le primarie a Parma (LEGGI).

Lo abbiamo intervistato.

Dalle cattedre dell’Università all’impegno in politica per la città: cosa l’ha spinta a metterci così la faccia per ottenere le primarie in vista delle comunali del 2022?

Dopo un percorso universitario che partendo dal Politecnico di Milano mi ha portato a Venezia e poi a Torino, nel 1998 ho promosso la fondazione della Facoltà di Architettura all’Università di Parma per la quale va dato merito all’allora Rettore Nicola Occhiocupo. Ma è ben prima del mio rientro a Parma che in tante occasioni mi sono sentito dire che bisognerebbe occuparsi di più della cosa pubblica, che ci sarebbe bisogno di maggiori competenze e così via. Anche a fronte di un progressivo abbassamento del livello politico e amministrativo a cui assistiamo da anni, ho deciso insieme ad alcune persone consapevoli che qualcosa per la propria città era arrivato il momento di fare. In particolare chiedere a gran voce le primarie del centro sinistra, uno strumento partecipativo che consentirebbe un confronto aperto e schietto sui temi di Parma cosi determinando un innalzamento di qualità del dibattito politico. Primarie per altro auspicate dal capogruppo in Consiglio ed ex segretario del PD cittadino Lorenzo Lavagetto e dall’ex sindaca PD di Colorno Michela Canova.

Quanto il congresso cittadino del Pd determinerà la celebrazione o meno delle primarie?

Guardi, io so solo che il Partito Democratico, e il centro sinistra in generale, conta a Parma decine di migliaia di elettori ed elettrici. Gli iscritti al partito, circa 500, dovranno decidere se corrispondere all’aspettativa di primarie della stragrande maggioranza degli elettori del centro sinistra – tra il 72% e il 75% secondo l’ultimo sondaggio BiDiMedia – oppure no. Una grande responsabilità politica questa, di più, una messa alla prova della cultura democratica di un partito che in tutte le occasioni, anche per voce del segretario Enrico Letta, invoca le agorà, la partecipazione, le aperture, i coinvolgimenti a campo largo. Non a caso lo Statuto del PD all’art.5 recita che “Il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori le decisioni fondamentali che riguardano l’indirizzo politico” sino alla “scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali.” E ancora non a caso esiste un intero articolo, il 24, che norma: “i candidati alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione”. Le pare poco chiaro?

Se la coalizione di centrosinistra non dovesse concedere le primarie, quale sarà il futuro del gruppo di cittadini che le ha chieste sottoscrivendo appelli pubblici?

Intanto non parlerei di coalizione di centro sinistra al singolare. Se il PD negasse le primarie ai propri elettori almeno io, personalmente, penso che si aprirebbe uno spazio per un altro polo di coalizione del centro sinistra corrispondente alle aspettative di buona parte di quegli elettori orientati a principi progressisti ma non più disponibili a dare deleghe in bianco o ad avallare decisioni preconfezionate su qualche tavolo privilegiato. Senza scomodare Simone Weill e la sua critica alla forma partito, bisogna che proprio i partiti riflettano sulla necessità di dare risposta alla domanda di partecipazione che viene dall’elettorato della società civile e quello che è successo con il fenomeno delle “sardine” e sta’ ancora succedendo, in chiave ben più problematica anche in questi giorni, dovrebbe confermare la necessità di maggiore attenzione in tal senso.

Qual è la sua valutazione complessiva su questi dieci anni di Amministrazione Pizzarotti?

Nel 2013 con il Rettore Loris Borghi abbiamo aperto una generosa reciproca collaborazione con il sindaco Pizzarotti, forse gli unici in città pienamente disponibili, ma dovevamo farlo innanzitutto per dovere istituzionale. Purtroppo, soprattutto nel secondo mandato, è invece emersa una generale insufficienza e autonomia amministrativa. Scarso coordinamento delle politiche per la città, ricerca di immagine e assai meno di sostanza, mancata cura nonché messa a fuoco e programmazione rispetto ai problemi concreti dei cittadini, oggi un affannarsi a fare cento cose in pochi mesi, quelle che si sarebbero dovute realizzare negli anni passati. Un progetto per una città come Parma pretendeva molta più competenza, coerenza, ascolto reale e, mi lasci dire, una sensibilità culturale e di progetto all’altezza della nostra tradizione così come dei problemi complessi che da tempo dobbiamo affrontare. Oltre a una relativa presenza del Sindaco sulla scena del Covid, la sua velleità di fondare un partito politico a livello nazionale la dice poi tutta.

Quali crede dovrebbero essere i temi centrali della prossima campagna elettorale?

Ne ho già scritto a settembre nei 10 punti della lettera aperta titolata “Quale città vogliamo?”, un contributo di indirizzo che spero possa stimolare un dibattito autentico e approfondito sui temi della città, anche nella prospettiva del PNRR. Così evitando, ad esempio, paradossali contraddizioni come quelle di volere la transizione ecologica al tempo stesso auspicando un aeroporto cargo con tutto quel che di negativo ne consegue.

Potrei aggiungere le questioni male affrontate del Tardini, Alta Velocità, ripetitori, o mai risolte come per il sito ormai archeologico del Ponte Nord, una generalizzata carenza manutentiva, una cultura dell’intrattenimento priva di spessore e di lascito formativo, poi sul sociale mi fermo, servirebbe un’altra intervista partendo dal rilievo dei 35.000 poveri registrati dalla Caritas.

Tuttavia mi domando: perché a Parma non è arrivata in questi ultimi anni una sola importante e innovativa realtà aziendale con posti di lavoro e indotto qualificati, non esiste un piano coordinato e realmente strategico per sviluppare la Food Valley e la sua capacità attrattiva, stiamo restaurando grandi complessi senza prima sapere a cosa destinarli, o peggio proponendo laboratori gastronomici a fianco del Correggio mentre il centro storico con la Ghiaia e via Mazzini vanno morendo del tutto? Del resto a fronte delle criticità irrisolte dell’Oltretorrente o del San Leonardo ci consoliamo dicendo che piantando 80 alberi si realizza un bosco ma non vedo traccia di un significativo progetto integrato per il miglioramento e la mitigazione ambientali da predisporre in tempi rapidi. Come vede, le prossime amministrative saranno un passaggio di grande responsabilità sulle scelte da farsi.

Andrea Marsiletti