Macchianera: l’album squisitamente contraddittorio di Maninblù

Max Scaccaglia

Maninblù
Macchianera (Maninblù-Audiocore-Vocinarte 2020)

“…Ma cosa vuoi che sia una canzone…” era il debutto, nel 1978, di un dj diplomato ragioniere, appassionato di musica.

Allora timido cantautore, solo dopo icona del rock italico.

Fu distribuito solo in Emilia Romagna.

Il fatto è che non è mai “solo una canzone”, perché di canzone in canzone si può addirittura raccontare con artigianale precisione la vita nelle sue contraddizioni e nella sua fatica: addirittura nella bellezza che si nasconde tra le pieghe del fare e nelle persone.

Questo fa “Macchianera”, semplicemente, una raccolta di canzoni squisitamente contraddittorie, come può esserlo il quotidiano di ognuno.

Ma a raccontare il nostro tempo non è il Vasco Rossi del debutto stavolta, pur omaggiato nella bella “Ammarata”, ma un cantastorie che si nasconde dietro ad una band, o viceversa: Maninblù.

La contraddizione di questo lavoro può essere racchiusa nelle due “pop songs”, singoli già pubblicati nel 2018, che con leggerezza aprono e concludono il lavoro: “Emma” e “Canzone per curare le piante” seguono le regole del Luca Carboni di oggi e di ieri.

E l’intensa voce di Alberto Padovani è una regola con cui decifrare l’odierna, diffusa malinconia e le radici da cui germoglia.

Malinconia cifra pervasiva del suo linguaggio: ormai riconoscibile marchio, fitto e godibile incastro di ragionamenti e immagini che aprono e chiudono la luce dall’esterno, tornando sempre al centro di una perseguita (perseguitata) umanità.

Una malinconia consapevole, a volte cinica, e mai deludente; piuttosto il rimpianto per quanto sta sfuggendo di mano lungo l’elegante contrappunto pianistico di Enrico Fava.

Siamo quindi all’invocazione toccante di “Ammarata”, della sua struggente e urgente attualità di cui “Mare Monstrum” è collocazione e premessa. Momento centrale del lavoro, momento alto, in ogni senso.

Malinconia che verte in racconti di magico realismo urbano, sussurrati e modernamente cupi come in “Ritmo Notte”, oppure raccontati con piglio forte e intimamente consolatorio (alla Fiorella Mannoia per intenderci) nel “Duo Brassens”, autobiografico omaggio ad una favolosa amicizia scandita dalla ripetizione liturgica degli atti del suonare assieme, dai viaggi in tangenziali alle situazioni prima e dopo l’esibizione: “il duo brassens si butta nel locale quando il crepuscolo assale la città, lasciando solo il freddo nell’aria e una strisciante voglia di morire. E’ allora che il duo brassens eclissa in un tavolone ad implorare una breve alcolica ressurrezione…”.

Non pensiamo ad un lavoro depressivo, tutt’altro. L’omaggio attualizzato al Duca Ferdinando di Borbone (“L’Ultimo giorno del Duca”) e tutto un pacchetto di canzoni di robusto nerbo e di potente arguzia, puntellano il lavoro come saldi piloni narrativi.

“I cinesi si mangiano i noodles mentre ti vendono il sottocosto, il coraggio non si acquista all’iper” di “Compilation Blues” fa squadra con la solare “Samsong” e con lo stupendo riff di “Ossa e Biscotti”, vero inizio del disco dopo “Emma”.

Proprio questa dinamica solidità mi fa spendere due parole sul lavoro della band che è da combo di maturità. La classe pianistica di Enrico Fava è contrappuntata da una chitarra ricca in suono e personalità. Laddove altri chitarristi si perdono nell’imitazione, Emilio Vicari pianta chiarezza e idee con la saggezza di un consumato coltivatore collinare.

La scelta forse di necessità e sicuramente di virtù delle batterie elettroniche, è (finalmente) passo fondamentale per l’espressione di un cantautorato che vuole vivere nel 2020 e sopravvivere oltre: basi cementate dal bellissimo lavoro nella parte bassa del pentagramma di Michele Manfredi a conferire solidità e slancio.

Da segnalare infine lo splendido artwork di un artista come Dimitri Corradini con la sua rilettura del Macchia Nera della Disney e la produzione dello Studio Audiocore di Fontevivo (Pr): un made in Parma Dop di assoluta qualità.

Max Scaccaglia