Profezie, virus, pandemie: sono questi i libri più letti dagli italiani in isolamento forzato coronavirus

Questo è il tempo della distanza o meglio del distacco fisico, della riflessione, ma anche del tempo ritrovato, il tempo per sé.

Abituati sempre a correre, ai ritmi frenetici di lavoro, oggi ci troviamo ad avere molte ore a disposizione per noi, anche se siamo costretti a trascorrerle in casa ed è molto difficile in questo inizio di primavera.

La lettura è uno dei rifugi più naturali da riscoprire e gli italiani in effetti lo stanno facendo. Anche se sembra prevalere, più che la voglia di evasione, quella di informazione o la ricerca di volumi con titoli “apocalittici”, forse alla ricerca di un lieto fine.

Guardando le classifiche dei libri più venduti, su IBS al primo posto c’è “Profezie” il volume della sensitiva Sylvia Browne. Colei che pare aver previsto la grande epidemia di questi tempi e che ha scitto nel 2012: “entro il 2020 diventerà di prassi indossare le mascherine chirurgiche e guanti di gomma a causa di un’epidemia di una malattia simile alla polmonite”.

Al secondo posto, neanche a dirlo, “Virus. La grande sfida. Dal Coronavirus alla peste come la scienza può salvare l’umanità” di Roberto Burioni, professore ordinario di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ormai onnipresente in tv e sui social. Burioni, che devolverà tutti i proventi della vendita alla ricerca sui Coronavirus, parla proprio di quanto sta accadendo a partire dalla fine del 2019, con i medici degli ospedali di Wuhan che devono affrontare la strana sindrome respiratoria che sembra legata al grande mercato ittico della città, dove oltre al pesce si vende ogni tipo di animale commestibile (vivo o morto).

Al terzo posto c’è “Cecità” di José Saramago, romanzo edito per la prima volta nel 2013, che parla di un’improvvisa e inspiegabile epidemia che rende tutti ciechi e le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. 

Al 4° “Spillover. L’evoluzione delle pandemie” di David Quammen. Il libro, un po’ saggio sulla storia della medicina e un po’ reportage, è stato scritto in sei anni di lavoro durante i quali l’autore ha seguito gli scienziati al lavoro nelle foreste congolesi, nelle fattorie australiane e nei mercati delle affollate città cinesi per studiare la genesi di diversi virus.

Nelle vendite on-line di Feltrinelli, lo spazio ai testi di evasione è lasciato quasi interamente a Elena Ferrante; i suoi sono sempre fra i libri più venduti, a partire da “L’amica geniale”. Nelle classiche poi compare “La peste” di Albert Camus, romanzo del 1947 (11° posto) che parla, come si evince dal titolo, di un luogo colpito da un’epidemia inesorabile e tremenda. Isolata, affamata, incapace di fermare la pestilenza, la città diventa il palcoscenico e il vetrino da laboratorio per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà. La fede religiosa, l’edonismo di chi non crede alle astrazioni né è capace di “essere felice da solo”, il semplice sentimento del proprio dovere sono i protagonisti della vicenda.

L’indifferenza, il panico, lo spirito burocratico e l’egoismo gretto gli alleati del morbo. Inutile sottolineare l’attualità del romanzo, una metafora in cui oggi più che mai possiamo riconoscerci.

Nella classifica Mondadori al primo posto sempre “Profezie” di Sylvia Browne, mentre Elena Ferrante, vanta 4 titoli, ma nei 20 più venduti, troviamo nuovamente la “La Peste” di Camus, e compaiono “1984”di George Orwell e “Se questo è un uomo” di Primo Levi.

A questo punto viene da pensare che forse in tanti avranno rispolverato in questi giorni il “Decamerone” di Boccaccio, scritto alla metà del 1300 e, perché no, l’ottocentesco “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni che propone due grandissimi capitoli (il 31 e il 32) sulla peste che nel 1600 i lanzichenecchi portarono in Lombardia e in buona parte dell’Italia.

Il testo di Manzoni è attualissimo, è uno specchio di ciò che oggi succede qui – naturalmente con le dovute proporzioni. Ma ci sono come scriveva il Manzoni “le beffe incredule, il disprezzo iracondo, la miscredenza, la cecità, a tutti i livelli a chi avvisava del pericolo”, perché “In principio dunque non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi non vera peste, peste sì ma in un certo senso; non peste proprio ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome”.

Non manca la caccia al primo diffusore, quello che oggi chiameremmo il paziente 0, il tentativo di tenere tutto a tacere. La negazione e il rifiutare i provvedimenti, gli approvvigionamenti sconsiderati di presidi medici e di cibo, la costruzione di nuovi ricoveri per ospedali, i processi sommari. La natura umana dunque replica quasi sempre se tessa.

Tatiana Cogo