La pioggia catartica purifica il lazzaretto Pd

Carbognani
Lombatti

La peste manzoniana si era diffusa nel centrosinistra di Parma.

Il Lazzaretto Pd è il luogo dove più si concentravano gli appestati.

Lo spettacolo che si presenta agli occhi di Renzo quando vi entra per cercare l’amata Lucia è spettrale: i portici sono pieni di malati e di morti, dappertutto è un brulicare di gente che va e che viene, di uomini deliranti che si agitano, di medici o religiosi che corrono dagli infermi. Sono gli uni contro gli altri per contendersi uno spazio più riparato, dell’acqua, della paglia su cui stendersi. Ci sono bambini che vengono allattati da capre, mentre le strade sono attraversate da carretti carichi di cadaveri preceduti dal lugubre tintinnio dei campanelli dei monatti che annunciano pericoli e sventure.

Non muoiono di peste soltanto i cattivi nella storia, i vari Don Rodrigo, Podestà, Conte Attilio e Conte zio, ma anche i buoni come il cappuccino Fra Cristoforo. La provvidenza manzoniana, come tutti ricordiamo dagli studi superiori, non è una sorta di mano di Dio che interviene a porre giustizia laddove non arriva la giustizia umana. Nella visione teologica di Manzoni, virtù e felicità possono coincidere solo nella prospettiva dell’eterno: solo alla fine dei tempi si avrà la certezza che i buoni verranno premiati e i malvagi puniti. La provvidenzialità dell’ordine divino del mondo non consiste nell’assicurare la felicità ai buoni, ma risiede nel fatto che proprio la sventura fa maturare in essi più alte virtù e consapevolezza.

E’ per questo che nel Pd di Parma anche i buoni muoiono, sempre. I migliori per primi.

Muore Donna Prassede, il personaggio più disprezzato dal Manzoni che di lei scrive un lapidario ritratto-epitaffio: “Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto“.

Muore di peste anche suo marito Don Ferrante, l’antesignano del 1600 di tutti i complottisti e leoni da tastiera, che negava l’esistenza del contagio la cui vera ragione era per lui da ricercare nell’astrologia, e in particolare nella fatale congiunzione di Saturno con Giove. Non si lasciò mai sfiorare dal dubbio e “non prese nessuna precauzione contro la peste” prima di venirne sopraffatto.

Quando tutto sembra perduto, mentre Renzo sta uscendo dal Lazzaretto, arriva la pioggia che dà una svolta al romanzo portando via la peste. E’ l’accordo che mette d’accordo tutti. E’ l’intesa clamorosa, inaspettata, che cala dal cielo.

E’ la svolta epocale, il colpo di scena spiazzante che consente al romanzo di terminare con qualche personaggio vivo.

Senza la pioggia forse sarebbero morti tutti, e avrebbero perso ancora.

La pioggia purifica gli appestati, è l’acqua santa che dona vita nuova ai perdenti.

“Appena infatti ebbe Renzo passata la soglia del lazzeretto e preso a diritta, per ritrovar la viottola di dov’era sboccato la mattina sotto le mura, principiò come una grandine di goccioloni radi e impetuosi, che, battendo e risaltando sulla strada bianca e arida, sollevavano un minuto polverìo; in un momento, diventaron fitti; e prima che arrivasse alla viottola, la veniva giù a secchie. Renzo, in vece d’inquietarsene, ci sguazzava dentro….

Ma quanto più schietto e intero sarebbe stato questo sentimento, se Renzo avesse potuto indovinare quel che si vide pochi giorni dopo: che quell’acqua portava via il contagio; che, dopo quella, il lazzeretto, se non era per restituire ai viventi tutti i viventi che conteneva, almeno non n’avrebbe più ingoiati altri”.

La pioggia catartica vince la peste.

C’è chi prega la Provvidenza divina perchè faccia vincere anche le elezioni.

Andrea Marsiletti