Vignali zavorrato da due macigni. Se non avesse patteggiato… (di Giovanni M. Jacobazzi)

Lombatti
Giovanni M. Jacobazzi

Caro direttore,

permettimi un commento al tuo pezzo “L’onore delle armi a Pietro Vignali’.

Come avevo ampiamente previsto, la candidatura di Vignali ha avuto l’effetto di sottoporre i parmigiani ad un viaggio a ritroso nel tempo di dieci anni.

Ho conosciuto molto bene Vignali per averci lavorato insieme e posso affermare, senza il rischio di essere smentito, che è stato un amministratore molto preparato, che studiava i dossier, e che non improvvisava nulla. Anche sui temi da cui era distante per formazione professionale.

Purtroppo, queste doti sono state ‘zavorrate’ da due macigni: la questione del debito ed il suo patteggiamento.

Sul primo aspetto, nonostante siano trascorsi 10 anni, le posizioni fra gli schieramenti restano inconciliabili. Da un lato c’è chi insiste sul fatto che il comune nel 2011 era sull’orlo della bancarotta. Dall’altro chi, come Vignali, afferma che il debito era sotto controllo e comunque inferiore a quello di tante altre città. Non avendo competenze in materia e non avendo mai letto alcun documento al riguardo, non mi sento in grado di dire chi ha ragione e chi ha torto.

Sul patteggiamento, invece, una riflessione vorrei farla. Anche perché questo argomento è stato utilizzato come una clava da parte di diversi esponenti politici, evidentemente convinti che se si incappa nelle maglie della giustizia è necessario poi essere banditi per sempre dal consesso sociale. Forse nessuno dei tuoi lettori è a conoscenza che delle decine di persone che all’epoca vennero coinvolte nelle varie inchieste giudiziarie che terremotarono il comune di Parma, alle quali gli inquirenti usavano dare nomi ad effetto (Public Money, Easy Money, ecc.), secondo una consolidata prassi di marketing giudiziario adesso per fortuna vietata, nessuna ha riportato una condanna definitiva.

Sembra incredibile ma è così.

Tranne chi ha patteggiato, come Vignali, i vari processi si sono persi per strada e chi ha affrontato il giudizio è stato assolto, o sta per essere assolto, per intervenuta prescrizione o per non aver commesso il fatto.

Vignali, solo nell’ultima settimana, ha affermato che il patteggiamento è stata una scelta “dolorosa”.

Io non ho la sfera di cristallo per dire cosa sarebbe successo se non avesse patteggiato i reati che gli venivano contestati. Visto, però, quello che è accaduto ai suoi principali coimputati, molto probabilmente sarebbe stato assolto anch’egli, sicuramente dalle accuse più gravi. E questo perché già all’epoca il tribunale del riesame aveva annullato i sequestri della Procura nei suoi confronti. Voglio, allora, pensare che il patteggiamento per Vignali sia stata una ‘exit-strategy’. Affrontare un processo in Italia è un costo, sia sotto l’aspetto economico (gli avvocati vanno pagati) e sia per l’inevitabile stress e tensione che ciò comporta. Il processo è di per sé una pena, diceva Cesare Beccaria.

Il patteggiamento, azzerando tutto con la conseguente riabilitazione, ha consentito a Vignali di tornare subito in gioco. Se non avesse patteggiato, al momento della candidatura avrebbe potuto avere ancora qualche carico pendente sulle spalle che, per la legge Severino, ‘stoppava’ in radice ogni sua velleità elettorale.

Nei panni di Vignali e dei suoi comunicatori avrei molto insistito, invece, su un paio di circostanze.

La prima riguarda il procuratore che lo aveva fatto arrestare e si era poi candidato con il partito che stava all’opposizione della giunta che con le sue indagini aveva contribuito a mandare a casa. Oggi, ad esempio, ciò non sarebbe possibile in quanto la recente legge Cartabia vieta ai magistrati di candidarsi dove hanno prestato servizio negli ultimi anni, proprio al fine di evitare appannamenti al principio di terzietà ed imparzialità: il cittadino non deve pensare che il magistrato agisca per finalità ‘politiche’.

La seconda è sulla necessità di una “operazione verità” sui tanti fascicoli che all’epoca la Procura di Parma inizialmente apriva nei confronti dei pubblici amministratori, creando grande clamore mediatico e riprovazione fra i cittadini, e quindi lasciava prescrivere. In uno di questi Vignali è stato pure risarcito (con soldi del contribuente, quindi nostri).

Ricordo un titolo di un articolo di quel periodo sul Corriere: “Parma, la città dove tutti rubano tutto”.

Forse, però, è trascorso ancora poco tempo perchè si possa fare chiarezza su cosa effettivamente accadde in quell’estate del 2011.

Giovanni M. Jacobazzi
(già comandante Polizia Municipale durante l’amministrazione Vignali)

PS colgo l’occasione per fare gli auguri di buon lavoro al neo sindaco Michele Guerra.