La preghiera delle monache del passato, nella sofferenza, per essere vicine al loro sposo Cristo

Il silenzio della Clausura – Si leggono tante storie sulle punizioni corporali afflitte nei monasteri di clausura.

Come in tutte le cose, bisogna fare lo sforzo di approfondire, perchè se comprendere è forse impossibile, conoscere è necessario.

Conducendomi in un affascinante spazio espositivo all’interno del monastero di Fara Sabina che documenta alcuni aspetti della vita claustrale del passato, le Clarisse Eremite hanno spiegato, con grande rispetto, il significato di quelle mortificazioni che sono state praticate per secoli. (leggi “La mia esperienza in un monastero di clausura, partecipando alla liturgia delle monache“)

Il cilicio era utilizzato, di default, da tutte le monache: una cinghia uncinata o formata da una corda ruvida costellata di nodi, che veniva stretta attorno alla vita o alla coscia in modo da provocare un dolore non estremo ma costante.

Poi c’era la croce con piccoli chiodi che si mettevano sul cuore (vedi foto1).

Infine una maglia di ferro dal peso di 3-4 chilogrammi che indossavano di notte, così che la pelle venisse tirata ogni qualvolta si giravano nel letto (vedi foto2).

Eccessi irrazionali?

No. Questa sofferenza mentre non era masochismo fine a se stesso. Era il modo per avvicinarsi al loro unico sposo, Cristo, sulla croce. La preghiera nella sofferenza era un rapporto d’amore personale e sincero con Dio; l’anima innamorata si spingeva a cercare una dimensione di preghiera e di penitenza che la rendeva partecipe e corredentrice nella via della salvezza.

Erano pratiche alle quali le monache si sottoponevano volontariamente, con gioia, non imposizioni. Anzi, le punizioni corporali aggiuntive al cilicio le poteva assegnare solo abadessa, non potevano in nessun modo scaturire da scelte individuali che avrebbero potuto nascondere i peccati della vanità e della superbia.

Ogni sera ogni monaca portava all’abadessa una sorta di “check list” personalizzata (vedi foto3) nella quale evidenziava il bene e le mancanze della giornata. Era sulla base di quel documento che l’abadessa, e lei sola, poteva stabilire ulteriori punizioni.

Nessun odio per se stesse, quindi, solo amore e ricerca di vicinanza con Cristo.

Si può condividere o meno questi convincimenti, ancora di più, si può credere nella religione o considerarla alla stregua di una superstizione, ma è indubbio che non siamo in presenza di alcuna follia, al più di razionalità spirituale.

Oggi nel monastero di clausura di Fara in Sabina queste pratiche non ci sono più.

Le monache condividono la sofferenza facendosi carico nella preghiera di tante situazioni dolorose per le quali è richiesta la loro intercessione o alle quali esse scelgono di dedicarsi.

Una preghiera perenne, misericordiosa, universale… “per generare un effetto domino del bene, perchè il male si diffonde con così tanta facilità”.

Quanta verità nelle parole della monaca clarissa.

E’ già vicinissima a Cristo, anche senza cilicio.

Andrea Marsiletti