Cassa integrazione, smart working, blocco dei licenziamenti: cosa succederà dopo il 31 dicembre? INTERVISTA a Lisa Gattini, segretaria generale CGIL Parma

165.855.936 sono le ore di cassa integrazione a cui si è ricorso in Emilia-Romagna, nei primi sei mesi del 2020, oltre a queste, secondo i dati dell’osservatorio Cassa Integrazione guadagni e Fondi di solidarietà Inps, vanno aggiunti 60.905.807 ore per fondi di solidarietà.

A Parma, nello stesso periodo, sono state autorizzate 12.921.895 ore in più rispetto allo stesso periodo del 2019 quando ne furono autorizzate 127.648.
Per avere un’idea della dimensione di questa crisi, possiamo paragonare gli oltre 13 milioni di ore dei primi sei mesi 2020 all’anno più buio della crisi finanziaria innescata dalla Lehman Brothers nel decennio precedente, che per Parma fu il 2013. In quell’anno furono autorizzate 3.318.658 ore tra cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga.

Particolarmente sollecitati in questo contesto sono stati i sindacati che hanno svolto un compito non facile e che sono chiamati, anche nei prossimi mesi, a gestire problematiche importanti legate a due scadenze. Se non cambia qualcosa dal 16 ottobre lo smart working per i lavoratori del settore privato, non sarà più legato all’emergenza e quindi tornerà il regime ordinario, quello per cui sostanzialmente è necessario un accordo tra il lavoratore e l’azienda o tra il sindacato e l’azienda. Il 31 dicembre, poi, non ci sarà più il blocco ai licenziamenti. Ne abbiamo parlato con Lisa Gattini, segretaria generale Cgil e con Matteo Rampini area mercato del lavoro della segreteria confederale.

“Fino a giugno, abbiamo partecipato al tavolo dell’emergenza della Prefettura, assieme alle associazioni datoriali e alle istituzioni con i quali c’è stato grande interlocuzione ed è stato fatto un lavoro unitario anche con le altre organizzazioni sindacali – spiega Gattini -. Il nostro impegno è stato duplice: da un lato il monitoraggio della situazione e dall’altra la redazione dei protocolli di sicurezza che tutte le categorie hanno attivato, unità produttiva per unità produttiva. Un lavoro fondamentale per declinare, a seconda della specificità dell’impresa, le misure da adottare per la tutela della salute.  Dopo giugno, il tavolo è diventato provinciale e abbiamo cercato di dare linee d’indirizzo al territorio per una ripresa effettiva. Ora stiamo cercando di capire quali sono le risorse effettive: ci sono i fondi strutturali, il famoso recovery fund e altri fondi europei per l’emergenza (Sure). Poi ci sono gli stanziamenti dei decreti “Cura Italia” e “Rilancio” che vertono principalmente su pubblica amministrazione, sanità e scuola.
Il punto vero è: che tipo di progettualità vuole sviluppare questo territorio per cercare di produrre progetti il più possibile condivisi e che facciano massa, per arrivare a Bruxelles ed essere approvati. Dei 209mld del recovery fund, una parte è a fondo perduto e una parte è legata all’approvazione di progetti credibili. Al momento i contenuti sono in divenire”.

Qual è la vostra proposta?

La proposta sindacale sul tavolo si basa su due principi: il lavoro deve essere al centro della ripresa, perché parliamo di milioni di persone a rischio di sopravvivenza e che qualsiasi sviluppo deve seguire un orientamento di sostenibilità ambientale. Inoltre noi riteniamo che non esista un buon lavoro se non c’è un buon welfare. Parma non va sulla cronaca per fasce estrema di povertà dal punto di vista dell’immagine sembra che non esista, ma non è così. Trattiamo il problema dal punto di vista dei sussidi e sappiamo che c’è. Ci sono poi persone che lavorano, ma non hanno un reddito sufficiente per condurre una vita dignitosa. Questo si traduce in povertà culturale, anche dei figli. A Parma ci sono le premesse per un buon welfare, bisogna lavorarci.

A ottobre molte imprese cercheranno di capire se continuare ad operare o chiudere, inoltre il 31 dicembre scade il blocco ai licenziamenti, voi cosa vi aspettate?

Chiederemo continuità lavorativa, è il nostro lavoro. Una parte datoriale e mi riferisco a Confindustria ha un’idea molto precisa: le imprese che hanno un piano industriale che regge, potranno accedere a un sistema di ammortizzatori, quelle che non l’avranno provvederanno alla chiusura dei rapporti di lavoro per accedere alla Naspi, attraverso l’attivazione sia del sistema della ricollocazione che al reddito di cittadinanza, gestiti però in modo diverso rispetto a come sono stati gestiti finora dallo Stato. In vent’anni di attività sindacale e contrattuale ho capito che le aziende che sono in grado di fare un piano credibile, soprattutto in queste condizioni di incertezza, sono una minoranza. In Italia e anche nella nostra provincia la maggioranza delle imprese sono medie e piccole. Questo a me preoccupa moltissimo. La nostra organizzazione, a livello nazionale, sta chiedendo un sistema non così tranchant. Ci stiamo lavorando molto assieme a Cisl e Uil.

Il 18 settembre abbiamo manifestato perché volgiamo riprendere un dialogo concreto. E noi chiediamo: quali saranno ammortizzatori? Come si pensa di gestire il sistema sanitario in caso di ripresa pesante del virus? Cosa succederà al sistema scolastico?

Nel periodo di emergenza, in Italia, si è passati da 570.000 persone in smart working a 6-8 milioni, cosa succederà dopo il 15 ottobre, si tornerà a vecchi modelli organizzativi del lavoro?

No, la questione sembra nata adesso, ma in realtà il primo intervento normativo è del 2017 – ci spiega Matteo Rampini – dopo la fase dell’emergenza sono state introdotte diverse modalità più snelle nelle procedure. Dove c’era resistenza, anche da ambo le parti, è stata individuata come una probabile modalità di svolgimento del lavoro, indipendentemente dall’emergenza. Crediamo che lo smart working sia utile, ma che vada regolamentato. Faccio solo l’esempio di alcuni benefit a cui hanno diritto i lavoratori in presenza: i buoni pasto. Non ci sono normative precise, ci sono interpretazioni. Come Cgil stiamo lavorando ad alcune linee guida per contrattare con le imprese più strutturate. Ma la questione ci investe indipendentemente dalla proroga dello stato emergenziale. Lo svolgimento dello smart working va regolamentato all’interno dei Ccnl.

C’è anche il diritto alla disconnessione per esempio – aggiunge Gattini – alla partecipazione alla vita sindacale, alla tutela sotto il profilo della sicurezza, ci sono le agibilità sindacali garantite dalla legge 300. Poi, non necessariamente il lavoro deve essere svolto nel salotto di casa, potrebbe essere fatto in spazi di co-working e il telefono, la connessione e il computer devono essere dell’azienda, non può essere un costo a carico del lavoratore.
Inoltre credo che presto dovremo parlare di conciliazione tempi di vita e lavoro. Non penso che lo smart working sia la soluzione alla conciliazione. Nessuna donna si porterebbe i figli in fabbrica o in ufficio. Aiuta la conciliazione, ma ci vuole un giusto equilibrio, perché il rischio altrimenti sarà di fare la badante per i genitori, la madre per i figli e in contemporanea l’impiegata. Non mi sembra una grande conquista, anche se gli uomini non si pongono questo problema… La conciliazione si risolverà quando ci sarà piena condivisione con gli uomini dei compiti. Non si fa per decreto: è una questione culturale.

Cosa succederà nel caso di focolai anche piccoli?

Oggi non abbiamo niente di più del congedo parentale, la cassa integrazione ha un limite. Ci chiediamo come saranno gestiti dentro alle aziende le chiusure e naturalmente anche nelle scuole. Io francamente trovo un vuoto normativo. Ci sono i congedi parentali ma hanno tempistiche di 15 giorni che rispetto a una quarantena che può essere ripetibile non sono granché. Cosa faranno i genitori? Prenderanno le ferie e poi?

Tatiana Cogo

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