“La seconda ondata Covid è un’incognita che preoccupa. Bastano pochi accorgimenti per evitare il contagio”. INTERVISTA a Luca Bellingeri, presidente dell’Assistenza Pubblica di Parma

Ancora alla soglia dei 120 anni, la “Pubblica” è una delle associazioni più amate dai parmigiani. Tanto che, anche in un momento terribile di pandemia, come quello che stiamo vivendo quest’anno, è riuscita ad attrarre un numero considerevole di nuovi volontari che proprio in questi mesi si stanno formando per essere al più presto operativi. Situata nel cuore dell’Oltretorrente, vicino alle scuole, trae proprio da questa vicinanza il vantaggio di essere sotto gli occhi di tanti ragazzi e di incuriosirli.

“Riusciamo a farci conoscere meglio dai più giovani proprio grazie alla posizione della nostra sede – ci spiega Luca Bellingeri, presidente dell’Assistenza Pubblica di Parma. Tanti studenti ci contattano per questa ragione. Io stesso andavo a scuola al Marconi e passavo tutti i giorni in bicicletta in piazzale Santa Caterina, dove c’era la sede precedente. Vedevo quotidianamente l’impegno dei militi e ho deciso di far parte di questa famiglia.

Quanta solidarietà e vicinanza c’è stata da parte della città in questi mesi?

L’emergenza ha generato una cosa positiva: i cittadini hanno preso coscienza di quanto sia fondamentale il servizio svolto dall’Assistenza Pubblica e hanno capito che, in generale, se non ci fosse stato il volontariato l’intero sistema sarebbe saltato. Questo si è concretizzato in una gara di solidarietà nei nostri confronti, oltre che alle donazioni in denaro, ci hanno portato materiali di ogni genere. A novembre arriverà una nuova autoambulanza e poi ci sono state tantissime persone che si sono offerte di dare una mano, circa 130, ma non li abbiamo impiegati subito nella fase di emergenza, perché è necessario intraprendere un percorso formativo per effettuare i nostri servizi.

Quando saranno operativi?

Abbiamo avviato un corso di formazione a settembre con un numero molto superiore ai nostri standard, abbiamo raddoppiato. È un bel segno. Fra un mese queste persone saranno operative sulle ambulanze. È una grande responsabilità avere ogni giorno dalle 60-70 a volte 100 persone che escono sui servizi, quindi è necessario che abbiamo un adeguata formazione alle spalle e tutti gli strumenti per lavorare in sicurezza. Il volontario è l’assicurazione sul futuro e abbiamo bisogno che le persone credano in quello che facciamo e che ci mettano quello che possano, perché una volta tornati a casa, dopo un turno, possano essere soddisfatti di aver fatto qualcosa di buono e di averlo fatto bene.

Come avete operato nella fase acuta della prima ondata? Eravate preparati?

È stato qualcosa di inatteso soprattutto nella portata, per la parte più tecnica ci eravamo preparati, perché si tratta di un evento infettivo che nella nostra formazione è contemplato. Avevamo anche fatto specifica formazione, perché le notizie dalla Cina non lasciavano presagire niente di positivo. Non avremmo però mai immaginato il modo dirompente con cui si è sviluppata in primavera. La nostra preoccupazione principale era di perdere i volontari. Invece non è stato così, certo c’è stata paura, però i timori si sono trasformati in maggiore impegno. Circa 530 volontari hanno fatto almeno un turno nella fase clou dell’emergenza da febbraio a inizio maggio. Certi servizi si sono dovuti fermare per forza come il trasporto scolastico per disabili, altri sono aumentati come il pulmino di Padre Lino che porta da mangiare agli indigenti.

Gestite un servizio di Telefono Amico quante storie e quante richieste avete ricevuto chi si è rivolto a voi?

C’è stato un grande aumento delle richieste di ascolto fatte da persone che avevano paura o da chi si sentiva solo e che aveva bisogno di sostegno per affrontare la quotidianità.

La pandemia ha fatto da amplificatore alle diseguaglianze: un conto è affrontare un lockdown in case ampie, disponibilità economiche, con situazioni familiari favorevoli, un altro conto è affrontarlo in spazi ristretti, soli o con famiglie numerose e magari in situazioni di disagio.

Siamo comunque, per fortuna, riusciti a mantenere il servizio, anche se inizialmente sembrava un’attività “non essenziale”, infatti in una occasione il nostro volontario è stato mandato a casa dalle forze dell’ordine. A parte la confusione dei primi giorni poi tutto è andato a regime.

Siamo in piena seconda ondata cosa vi aspettate e come la state gestendo?

La seconda ondata è un’incognita, ma abbiamo la percezione che non sia affatto finita qui. Sappiamo che i numeri cresceranno. L’esperienza della “fase uno” ci ha portato a standardizzare.

Noi andiamo su tutti i servizi approcciandoli come se fossero sospetti Covid per fare in modo che il rischio per l’operatore sia minimo. Siamo sempre in contatto con le Aziende sanitarie per riuscire a modulare le forze in campo.

La Pubblica mette a disposizione un certo numero di ambulanze per la gestione di emergenze e trasporti programmati e il sistema funziona bene quando il numero di servizi è sostenibile, ma ci sono momenti, come quello di marzo in cui non è stato così, avevamo i volontari ma non i mezzi. Quindi oggi siamo molto vigili per valutare costantemente la situazione e dedicare le risorse a quelle che sono le necessità del momento.

Nella prima fase i servizi duravano di più ed erano molto impegnativi con tempi dilatati per la vestizione, svestizione degli operatori e per la sanificazione dei mezzi. E anche perché, rispetto alla normalità, erano diffusi su tutta la provincia e oltre. Abbiamo aiutato anche Piacenza, perché erano in difficoltà per il trasporto di degenti intubati in altre città. Ci ha poi molto impegnato il traffico generato dagli ospedali: il trasferimento dei pazienti e la riorganizzazione dei tre ospedali della provincia.

Bellingeri lancia poi un allarme: “L’esperienza della prima fase ci ha portato ad approvvigionare i materiali per riuscire reggere l’urto di una eventuale recrudescenza violenta e improvvisa della situazione però c’è un problema che non è solo nostro, ma è complessivo ed è quello dell’assenza dei guanti in nitrile. Sono introvabili e se si trovano hanno prezzi fuori mercato. Il numero di guanti che vengono utilizzati ogni giorno è spropositato per noi e per tutti coloro che operano in questo settore”.

Un auspicio per il futuro?

La mia percezione è che ci sia stata una presa di coscienza, credo che le decine di pagine di Gazzetta con i morti abbiano colpito chiunque, anche i più scettici o i più esuberanti. Penso che a Parma si sia tenuto un profilo molto più prudente rispetto ad altri luoghi che spero ci consenta di non vivere più l’esperienza di marzo. Il mio auspicio è che le persone abbiano capito come tarare i propri comportamenti, perché bastano pochi accorgimenti per evitare il rischio di contagio. Dobbiamo evitare che la situazione sfugga di mano, devono arrivare indicazioni forti e chiare da parte del governo e soprattutto devono essere fatte rispettare.

Tatiana Cogo

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