Bernini: “In Emilia la mafia non ha fatto tutto da sola. Si indaghi sulle collusioni della politica locale”

Lombatti
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“È evidente come, prima nelle indagini e ora nelle conclusioni del Maxi Processo Aemilia, la più grande inchiesta contro la ndrangheta al Nord, ci sia stato un vulnus che pregiudica lo sforzo immenso in termini di uomini e mezzi impiegati dallo Stato. La prova sta nel fatto che – a fronte di oltre duecento condanne e milioni di euro sequestrati al clan ndranghetista dei Grande Aracri, frutto di appalti, subappalti, acquisizioni azionarie, investimenti urbanistici e altri atti criminali – non c’è stata alcuna condanna nei confronti di politici e amministratori locali del territorio emiliano”.

Con queste parole Giovanni Paolo Bernini, già assessore e presidente del Consiglio comunale di Parma ed esponente di spicco del centrodestra, ha voluto richiamare l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica sui fatti controversi che hanno caratterizzato il più grande processo per mafia nella storia del Nord Italia. Lo ha fatto durante la presentazione del suo libro “Storie di ordinaria ingiustizia” (prefazione di Vittorio Feltri), tenutasi nella serata di lunedì 21 novembre 2022 presso la Libreria Ariosto di Reggio Emilia. Al tavolo con Bernini anche Carlo Giovanardi, ex ministro e sottosegretario di Stato durante i governi presieduti da Silvio Berlusconi.

“L’ulteriore riprova delle vistose lacune nella fase d’indagine – ha proseguito Bernini – l’ha fornita il magistrato Roberto Pennisi, per anni procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, che decise di allontanarsi dal filone processuale per contrasti con Marco Mescolini, magistrato e collega nella DIA si Bologna e poi procuratore capo di Reggio Emilia, sulle persone da colpire. Lo stesso Mescolini, che guidava le indagini e la pubblica accusa nel Processo Aemilia, è stato poi dichiarato colluso con un partito politico e con Luca Palamara (plenipotenziario delle nomine dei giudici in tutta Italia) da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha deciso anche per il suo allontanamento dall’intera Regione Emilia Romagna. Lo stesso giudizio è stato confermato anche dal Tar del Lazio, a cui Mescolini si era rivolto nel tentativo di sovvertire la decisione dei colleghi”.

Bernini, che nell’ambito di quel processo fu coinvolto proprio da Mescolini per concorso esterno e voto di scambio politico mafioso uscendone prosciolto, ha poi voluto lanciare un appello affinché venga accolta dai magistrati la richiesta di collaborazione avanzata da Nicolino Grande Aracri, super boss della cosca ndranghetista che aveva il proprio fulcro degli interessi malavitosi proprio a Reggio Emilia, condannato all’ergastolo dalla Corte di Cassazione.



“Nicolino Grande Aracri va interrogato e ascoltato – ha spiegato Bernini – perché solo lui può spiegare le relazioni colluse tra il suo clan e la politica locale di Reggio Emilia, Modena e Parma, un territorio in cui la ndrina dei Grande Aracri si è insediata per lungo tempo. Sono preoccupato per i tentativi di far credere all’opinione pubblica che in Emilia la mafia calabrese abbia fatto tutto da sola, senza complicità politiche amministrative. Se poi si considerano le motivazioni sentenziate dal CSM circa l’allontanamento di Mescolini – e cioè le collusioni con il Partito Democratico e con Luca Palamara – le preoccupazioni aumentano. Sono perciò fiducioso che le perplessità avanzate di recente dal procuratore del Tribunale di Catanzaro, il magistrato Nicola Gratteri, circa l’autenticità della collaborazione del super boss Nicolino Grande Aracri, vengano superate.

Come dichiarato dall’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, ascoltare Nicolino Grande Aracri – con tutte le verifiche e i riscontri necessari – potrebbe aprire uno scenario di chiarezza e verità su come il clan sia diventato così radicato e potente in Emilia. Qualunque sia la motivazione che spinge il procuratore Gratteri a titubare, invito fortemente a superarla. Ogni sforzo va compiuto per assecondare la sete di verità e giustizia delle vittime ingiustamente coinvolte in un processo a senso unico e di tutti i cittadini emiliani”.

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