Breve elogio del CD, vettore socialmusicale (di Alberto Padovani)

Lombatti
Alberto Padovani

Di ritorno dal Salone del Libro di Torino – in un Lingotto capace di offrire potenza organizzativa e buona accessibilità – il pensiero più semplice e preciso era il seguente: il mercato del libro è ancora vivo e vegeto, con tutte le difficoltà, le stratificazioni, le complessità intrinseche ad un settore millenario. Che ne rappresentano peraltro la linfa e la riserva in tempi difficili e incerti.

Il mercato della musica invece non esiste più, è defunto, forse irreversibilmente, o forse no. Ma ad oggi pare irreversibilmente.

Sto parlando in particolare della produzione musicale originale.

Gli unici introiti dell’industria musicale sono legati alle produzioni live, ai concerti, alle forme di sponsorizzazione, alle forme di collaborazione con altre industrie (pubblicitaria, cinematografica, televisiva etc…).

Oppure sopravvivono le varie operazioni nostalgia, annessi e connessi, comprese le tremende raccolte natalizie, con gli zombie a campeggiare.

Gli introiti legati alla nuova produzione sono risibili, fatto salvo per chi riesce a fare cifre enormi (leggi visualizzazioni) a scapito del prodotto stesso, dato che le leggi che governano la “visualizzazione” si giocano nel primo minuto del brano.

Come mai il mercato del libro sopravvive e quello del “disco” no? Altrettanto semplice la risposta: perché il libro c’è ancora, il “disco” no. La smaterializzazione totale del prodotto musicale lo ha di fatto deprezzato e di conseguenza ha messo fuori mercato le nuove produzioni. Salvo i casi illustri già citati sopra, salvi a prescindere, e pompati per decisione delle major.

Un musicista di medio successo, oggi fatica parecchio nel portare a casa il minimo sindacale. La controprova? Sanremo in Italia è diventato il luogo dove tutti vogliono andare, anche gli indi(e)pendenti che lo snobbavano. La stirpe dei Guccini, De Gregori e compagnia cantante, che, vita natural durante, ha snobbato il “Festival” è ahimè estinta.

Fortunati i “cantautori eletta schiera”, che hanno goduto negli scorsi decenni di un mercato discografico, che gli permetteva un’uscita ogni due, tre anni e poche condizioni alla loro produzione.

Eppure la smaterializzazione non ha riguardato solo la musica. Già, la fine non sarebbe dovuta avvenire anche per il libro? Anzi, prima per il libro che per gli altri beni culturali. Non dovevano forse gli ebook fare strage della carta, della vecchia carta, dando sollievo agli oberati scaffali domestici? No, a disconferma delle certezze dei profeti del web e degli economisti, o perlomeno non in modo massiccio.

Ed ecco che, insieme all’elogio per la capacità del mercato del libro di trasformare il prodotto, ripensarlo, rilanciarlo in forme innovative e capaci (anche nel loro essere talvolta discutibili e commerciali) di affascinare le nuove generazioni di lettori, di fronte alla desolazione del residuo mercato musicale, mi viene da editare un elogio del “compact disc” e relativi supporti, che hanno avuto il merito di introdurre qualità e quantità di “music for the masses”.

O meglio, di “music from the masses”.

Certamente, con i rischi connessi all’iperproduzione.

Ma altrettanto certamente, con la possibilità di produrre musica di qualità – non stiamo parlando delle autoproduzioni nella cameretta – ma della calata meditata, sudata, spesso autofinanziata in uno studio professionale, per poi arrivare alla produzione del cd.

Nell’era del cd, per dirla alla Battiato, molti musicisti non professionisti, ma mediamente con buona preparazione musicale e talvolta buone idee, hanno potuto produrre musica ad un costo accessibile, dallo studio alla stampa, potendo contare su un mezzo di diffusione e ascolto popolare ed accessibile. Gli studi di registrazione hanno svolto, e ancora svolgono ovviamente, una fondamentale funzione di filtro rispetto a quello che si può mandare in giro, e a quello che è meglio di no, dai… Il mercato della musica indipendente, ancora prima del fenomeno indie, si è espanso e frastagliato, con una disponibilità mai vista, prima dell’avvento della musica su supporto immateriale.

Nel frattempo è tornato il vecchio vinile, arrivando negli ultimi anni a sbalzare il vecchio cd. Beh, direte, basta fare un vinile invece del cd. Va però chiarita una cosa: per un vinile – il tanto glorificato, aristocratico vinile vintage – i costi di produzione sono maggiori, come maggiore è il costo dell’impianto audio per riprodurlo, in media.

Il compact disc, che resta peraltro, dal punto di vista tecnologico musicale – grazie al formato wav, utilizzato nella masterizzazione – il supporto migliore e più resistente dove incidere e da cui ascoltare musica (e non è poco). Certamente, molti cd non originali che girano (ops, che giravano, scusate la vena nostalgica) sono masterizzati in mp3, ma questo avviene solo in un secondo momento, non come avviene per altri supporti, già in partenza tarati su una logica schiacciata sull’mp3.

Il compact disc dunque ha rappresentato sostanzialmente per 30/35 anni – “i migliori anni della nostra vita” ovviamente, e vai di nostàlghia – il supporto che ha assicurato qualità, diffusione, democrazia musicale.

Non è poco, cari umani che siete arrivati a leggere fino a questo punto.

Non per niente, subito dopo il declino del cd, è arrivata la smaterializzazione e, come dicevo, la fine del mercato musicale.

I “crediti” dati agli autori dai colossi YouTube e Spotify sono irrisori.

Se vuoi ottenere visibilità devi “sponsorizzare” o farti sponsorizzare: questa è la realtà. “Devi” dimostrare con il pompaggio degli ascolti e delle visualizzazioni che non sei uno “sfigato” musicista di provincia (salvo rischiare di apparirlo ancora di più, se non puoi dare seguito ad un’azione di promozione coerente). Ovvero devi spendere invece di guadagnare dalla produzione musicale (o almeno andare in pari).

Altrimenti ti godi la tua “piccola patria” e coltivi i tuoi piccoli giri, gli unici che ti possono chiedere un concerto o un incontro con musica, la tua musica, che non è più consigliabile portare più al banchetto in formato cd, perché in pochi ormai ascoltano musica dal lettore cd.

Dice: “ma a me che mi frega di spendere per la musica, se posso averla gratis?”. Purtroppo è questa la ratio, in un mondo che divora il potere di acquisto …risparmiamo almeno sulla musica! Già, però i 300 euro per gli Stones vanno bene (altro problema, i prezzi assurdi dei concerti post pandemia)… e nel frattempo non si investe in qualità dell’ascolto.

In sintesi, l’ultima barriera alla volgarizzazione della musica – il cd – è stato polverizzato… Il rock è stramorto… e anch’io non mi sento tanto bene.

Alberto Padovani