Il trovatore in scena al Teatro Regio di Parma per il XXIII Festival Verdi

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Il trovatore (@Pierpaolo-Gaballo)

Il trovatore, dramma lirico in quattro parti di Giuseppe Verdi su libretto di Salvadore Cammarano, è il terzo titolo d’opera in programma al XXIII Festival Verdi, in scena al Teatro Regio di Parma domenica 24 settembre 2023, ore 20.00 (recite domenica 1 ottobre ore 15.30, giovedì 5 e giovedì 12 ottobre 2023 ore 20.00) nel nuovo allestimento di Davide Livermore, per la prima volta al Teatro Regio e al Festival Verdi, che firma la regia, regista collaboratore Carlo Sciaccaluga, con le scene di Giò Forma, i costumi di Anna Verde, i video D-Wok, le luci di Antonio Castro. L’opera, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna, è affidata alla bacchetta di Francesco Ivan Ciampa alla testa dell’Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna preparato da Gea Garatti Ansini. La partitura è nell’edizione critica di David Lawton. In scena Franco Vassallo / Giovanni Meoni (12) (Conte di Luna), Francesca Dotto (Leonora), Clementine Margaine (Azucena), Riccardo Massi (Manrico), Roberto Tagliavini / Marco Spotti (5, 12/10) (Ferrando), l’allieva dell’Accademia Verdiana Carmen Lopez (Ines), Didier Pieri (Ruiz) Enrico Picinni Leopardi (Un messo), Sandro Pucci (Un vecchio zingaro).

Strutturata in quattro parti, ciascuna con un proprio titolo (Il duello, La gitana, Il figlio della gitana, Il supplizio), l’opera vide la luce tra 1851 e il 1853 e fu rappresentata al Teatro Apollo di Roma il 19 gennaio 1853 riscuotendo un enorme successo. Fu lo stesso compositore a scegliere come soggetto del libretto il dramma El Trovador di Antonio Garcìa Gutiérrez, definendolo “bellissimo, immaginoso e con situazioni potenti”.

 

† Terra Santa 3 – L’esperienza intensissima della trasfigurazione sul monte Tabor, nonostante Lavagetto (di Andrea Marsiletti)

 

“Verdi, autore popolare? Di più – racconta Davide Livermore – è un compositore politico, e le opere ne sono espressione. Musica e narrazioni verdiane cambiano le persone. A prescindere – pare uno sproposito – dalla musica, tutto il suo essere artista è di una persona speciale che ha riflettuto in maniera etico-politica e profonda su temi importanti, che riguardano l’uomo. Per me è stato una vera guida spirituale. Mi ha insegnato come si può, e si deve, provare a essere artisti oggi. Io l’ho cantato: posso dire di aver ‘vissuto’ veramente il suo modo di far musica prima di farlo da regista. Se fosse vivo, scandalizzerebbe di nuovo i benpensanti”.

“Dobbiamo restituirgli la personalità di musicista rivoluzionario, colto e internazionale, che la grossolana aneddotica risorgimentalista e la scadente demagogia nazional-contadina gli hanno sottratto. Il nostro piccolo mondo ha paura delle grandi stature artistiche, soprattutto se non stanno storicamente nel loro secolo e ‘disturbano’ il nostro. Invece di sforzarsi a comprenderle si preferisce sminuirle, abbassarle al proprio livello. Cercare i segni della tradizione in Verdi è un errore: una pigrizia di cui liberarci. Meglio evidenziare quelli della contemporaneità. Verdi ci chiede di fare i conti con la realtà, fino a toccare i lati oscuri dei sentimenti. Accade in Trovatore, come nelle due opere precedenti. Azucena è una gitana – “carattere strano e nuovo” e “non pazza” scriveva Verdi: diversa come Carmen. Il compositore ne difese senza tentennamenti drammatici lo stato irregolare. Scriveva che Violetta doveva essere “puttana” e custodì come requisito psicofisico non eludibile la deformità di Rigoletto; perfino di fronte ai dubbi dell’autore del dramma, Victor Hugo. Come allora, il mondo dei gitani oggi correttamente rom è un altrove, un paesaggio di anime non ordinarie, da cui possono venire delle storie che hanno dell’incredibile come questa. Salvatore Cammarano scrive, anzi riscrive, una storia operisticamente perfetta”.

“Ci parla di un altrove intriso di “romanticismo” in tempi in cui – alla prima di Traviata alla Fenice furono retrodatati i costumi – non si mettevano in scena vicende coeve. Allo stesso tempo la trucida storia parla di noi: racconta di figli fuori dal matrimonio, di figli comperati o ceduti come avveniva nell’Ottocento. Al centro di Trovatore c’è un tema forte e sociale. Ci voleva del gran coraggio a immaginare, e a portare in scena, sentimenti così profondi affidandoli a diversi. Se la si analizza in quest’ottica, la trilogia cosiddetta “romantica” è tutto tranne che romantica: è ideologica ed etica. Mette in campo questioni da coscienza sociale. Descrive sentimenti ‘inammissibili’ per lo status dei protagonisti: come l’amore di Violetta che non è borghese e rompe le apparenze o la carica di tensioni emotive e sociali (potere e sopraffazione) di Rigoletto”.

“Il teatro di regia deve dare vita contemporanea alle opere del passato. Non inseguire la provocazione di per sé. Se l’altrove dell’Ottocento era, anche letterariamente, facile da vedere nella ‘lontana’ Spagna medievale, il nostro è anonimo: riconoscibile dalla polvere che lo ingrigisce e cifra il senso di abbandono tipico delle periferie: uno spazio suburbano – ce ne sono tanti nel mondo, anche in Italia – dove si pratica la forza non l’accoglienza. Il racconto comincia sotto un cavalcavia: sullo sfondo palazzi lucidi di acciaio e cristallo dove vive l’altro mondo. Sotto, scarti di umanità e civiltà. Immaginiamo di camminare sulle ceneri delle anime dei protagonisti. Il teatro del nostro Trovatore nasce dall’oscurità: una sorta di equivalenza tecnologicamente attualizzata della pittura a pece dei fratelli Galliari. Anche se domina un magnifico led wall, al quale è affidata una straordinaria realtà fatta di profondità e di sensazioni visive non altrimenti realizzabili, le due dimensioni espressive e teatrale sono in continuo dialogo”.

Per Francesco Ivan Ciampa approcciarsi a un titolo così celebre e amato significa “specchiarsi, con occhio contemporaneo, nella partitura. Per l’interprete significa riconoscersi, ricrearsi e rinascere nella “traccia” scolpita dal Genio, non per cercare necessariamente un dettaglio nuovo e rincorrere una sterile originalità. Credo che invece sia sufficiente rispettare, amare e conservare la linfa della tradizione con l’intento semmai di sfrondare il superfluo. Il primo obiettivo di un’interpretazione fresca su un testo molto frequentato dovrà essere perciò, per il direttore d’orchestra, quello di costruire “scenografie musicali” per ogni personaggio, attraverso la cura di articolazioni e dinamiche. Il trovatore è un’opera è intrisa di buio, notte profonda e oscura; l’unica luce è quella del fuoco, elemento fondamentale onnipresente in questa vicenda, un elemento che viene citato e descritto da ogni personaggio, e – si badi – ogni volta in una differente tonalità. Dalla tremolante lampa di Leonora, alla pira evocata da Manrico passando per la stridente vampa di Azucena, e ancora la perigliosa fiamma citata da Ines, e poi la luce accecante del rogo dipinta dalle parole del Conte di Luna, fino alla brace descritta da Ferrando. Il trovatore vive di luce arsa: e dunque in ogni suono cercheremo la scintilla”.

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