Lettera aperta a Bersani

28/07/2011
h.18.30

Caro Segretario,
come lei anche io accetto le critiche, ma non le aggressioni e il fango. Ecco perché alcune sue parole (e silenzi) di ieri qui a Parma mi hanno meravigliato.
Non solo perché la verità e l’oggettività dei fatti devono sempre trovare un qualche riscontro anche all’interno di un dibattito politico avvelenato come quello a cui stiamo assistendo in questi giorni in ogni parte d’Italia.
Ma anche per il rispetto che il Segretario di un grande partito dovrebbe avere per i cittadini e, in particolare, per la sua stessa base di militanti e simpatizzanti. Probabilmente disorientati e preoccupati dalle ombre minacciose che si addensano sulla presunta e pretesa diversità “morale”, “genetica” e anche “politica” del suo partito.
Insomma, Segretario, mi sarei aspettato da lei una responsabile prudenza.
“Di notte tutte le vacche sono nere”, disse un celebre filosofo. Io non voglio sostenere questo, ma penso che i mandriani, prima di parlare delle mandrie altrui, dovrebbero quantomeno buttare un occhio anche alle proprie.
Lei, prima di salire sul palco, ha fatto notare ai cronisti che il suo stretto collaboratore “Filippo Penati si è dimesso e Vignali, invece, no”.
A parte che Penati non si è dimesso dalla carica e dallo stipendio di consigliere, ma solo dagli incarichi nel Pd e da vicepresidente del Consiglio regionale, apprendo dai giornali che il suo stretto collaboratore è indagato per un pesante giro di tangenti.
Vignali no. Secondo lei è una differenza da poco?
Caro Bersani, che le faccia piacere o no, mi sembra chiaro che la mia posizione è più vicina alla sua che a quelle dei Filippo Penati e dello stesso Premier cui lei, senza ragione, mi associa.
Sì, perché Vignali, come Pier Luigi Bersani, non è indagato.
Vignali, come lei, caro Bersani, ha stretti collaboratori accusati di fatti gravi .
Sia chiaro che si tratta di accuse e non di condanne e spero che il lavoro della Magistratura, in cui anch’io, come lei, nutro grande fiducia, dimostri l’estraneità di tutti ai fatti contestati. Dei miei collaboratori come dei suoi.
Sento dire che Vignali non poteva non sapere se alcuni suoi collaboratori si facevano rifare il giardino di casa o intascavano tangenti.
E lei, Bersani, poteva non sapere se, come leggo sui giornali, suoi stretti collaboratori hanno raccolto per anni fondi illeciti per il partito? E in quella misura? Paliamo di milioni di euro.
Tra le cose che lei ieri sera non ha spiegato, caro Segretario, è che a Venezia, dove il Pd amministra, sono stati arrestati o indagati diversi dirigenti comunali: ma, in Laguna, il Pd invoca la separazione tra sindaco (“non sapeva”?) e dirigenti. A Parma, invece no.
Che l’ex assessore alla Sanità pugliese Tedesco, cui il Senato ha riconosciuto il “fumus persecutionis” (ma non avevate rispetto del lavoro dei Magistrati?) e respinto la richiesta d’arresto è entrato e siede a Palazzo Madama nonostante le gravi accuse a suo carico. Anche lui, quindi, è ancora lì.
Che il suo collaboratore Pronzato ha patteggiato la pena per l’accusa di corruzione per le tangenti Enac.
Che il debito procapite del Comune di Parma di cui lei si è scandalizzato è meno di un terzo di quello di città che il Pd indica a modello come Torino.
Tutte cose che, per onestà intellettuale e rispetto alla città e ai suoi stessi militanti che ieri sera sono venuti ad applaudirla, lei, caro Segretario, avrebbe potuto e dovuto spiegare.
Prima di scherzare sul Vinavil degli altri bisognerebbe pensare al proprio cemento a presa rapida, che certo non è raro tra gli uomini del suo partito.
Voglio rassicurarla, caro Segretario, che se il sottoscritto dovesse risultare indagato per quei fatti cui lei fa riferimento, si dimetterebbe. Anche se in Italia non lo fa quasi nessuno.

Con immutata stima
Pietro Vignali

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28/07/2011
h.22.00

Il mio è un commento, non certo una risposta.
Davvero il Sindaco ogni giorno di più dimentica due massime molto significative: da un lato, “il bel tacer non fu mai scritto”; dall’altro, “c’è un tempo per parlare, c’è un tempo per tacere”.
Rileggere o leggere la bellissima lettera pastorale, che scrisse sul tema, alla metà anni ‘90, l’allora Arcivescovo di Milano, Cardinal Martini, sarebbe stato forse opportuno prima di scrivere la lettera aperta. Ma tant’è!
Ciò a cui il Sindaco di Parma deve rassegnarsi è che la sua Città lo chiama a rispondere delle proprie responsabilità politiche e che non accetta il tentativo di divagare, prima sulla base del teorema del “non sapevo” e, oggi, sulla base del teorema “così fan tutti”; teorema, peraltro, declinato in modo assolutamente unilaterale e miope perché l’elencazione omette i vari onorevoli Berlusconi, Cosentino, Romano, Milanese, Palma, tutti presunti responsabili, sia chiaro, ma comunque tutti chiamati a rispondere di reati tra i più gravi.
Il Sindaco, può tentare di divagare quanto crede, ma i Parmigiani – vada per strada e lo verifichi di persona – gli chiedono come sia potuto succedere che il Comune abbia speso 180.000 Euro per le rose sul Lungoparma mai piantate o destinato 70.000 Euro per il Canile comunale mai spesi per la toelettatura e la cura dei cani ospitati. E, più in generale,gli chiedono come abbia permesso (omettendo di esercitare l’azione di controllo sulla macchina amministrativa o esercitandola in modo inadeguato) il consolidarsi di prassi gestionali e amministrative che hanno determinato il consolidarsi di una finanza così allegra e comportamenti inaccettabilmente disinvolti come quelli che ha illustrato, in via esemplificativa, il Procuratore della Repubblica quando ha annunciato alla Città gli 11 arresti del venerdì nero.
Il Sindaco può tentare di convincersi che ci sono giustificazioni logiche e politiche per la sua resistenza sulla sedia e può tentare di sostenere che non si dimette perché non è indagato, ma il suo problema è che l’opinione pubblica chiede di voltare pagina e, per questo, gli domanda di farsi da parte. E ogni giorno l’opinione pubblica trova conferma nelle inefficienze amministrative che vengono alla luce: oggi, per esempio, il problema della mancanza di 1,5 milioni di Euro per Asili Nido e Scuole Materne, che mettono a rischi 300 posti.
Questo è ciò che la Città non sopporta; questo è ciò per cui vuole voltare pagina. E poco le interessa che il Sindaco pensi di non dimettersi perché non indagato o perché non destinatario di informazioni di garanzia.
Forse il Sindaco si è irritato perché il Segretario nazionale del PD ha colto e sottolineato questo dato politico, che, determinato dalle indagini giudiziarie, ormai prescinde da queste ultime. Ed è questa circostanza che segna la vicenda politica parmense e, con essa, quella del Primo cittadino: il Sindaco ne prenda atto e lasci stare inutili e sterili polemiche.

Giorgio Pagliari

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