La sala prove Sliver riapre! Viva la Sliver (di Max Scaccaglia)

Chiedi chi era la Sliver…

“se vuoi toccare sulla fronte
il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco
e come il nonno di oggi
sia stato il ragazzo di ieri
se vuoi ascoltare non solo per gioco
il passo di mille pensieri
chiedi chi erano i beatles” (Stadio – “chi erano i beatles”).

Pre-premessa: nessuno (purtroppo) mi sta pagando per fare questo articolo, e nessuno (purtroppo) ha chiesto, ne insistito perché lo facessi, visto che proprio sabato 16 settembre la Sliver riapre i battenti dopo la chiusura del 2015 e 20 anni di onorata attività.

Premessa: questo è un articolo spannometrico, patetico e sentimentale, persino brutto se volete. Non ho voglia di cercare riferimenti precisi, date e nomi, di fare disamine. Scrivo per me stesso, per lasciarmi una traccia nella vastità dell’internet, per i miei figli, per Emiliano Zampella e al massimo qualcun altro…

Quindi torniamo con la “testa, alla rima micidiale, delle canzoni italiane” (Virginana Miller), e nel ritornello qui in apertura basterebbe sostituire la parola “Beatles” con “Sliver”, per rendere bene l’idea custodita nella memoria di almeno un decina di generazioni di appassionati musicisti a Parma…

Cos’è quindi la Sliver, cos’è stata? Domanda sbagliata, perché la Sliver è stata una Sala Prove come ce n’erano tante, tecnicamente nulla di speciale.

La domanda corretta sarebbe “Cos’era -per te- la Sliver?”, e chiederlo a tutti quelli che la vivevano come una seconda casa, come l’ambiente protettivo della condivisione dei sogni, come il covo di amici-rivali con cui partecipare ad un’esperienza musicale collettiva (finalmente apolitica): un movimento allora effettivamente in atto, una, e attenzione alla parola, “Scena” Musicale vera e propria.

La Sliver è stata la tana, la sede elettiva ed affettiva, della Scena Musicale Parmense (SMP) quando questa esisteva per davvero. Ora non esiste più in senso proprio. Dai primi 90 ai primi 2000 quindi: anni in cui fiorivano volenterose e cazzute etichette indipendenti, figlie e frutto delle fanzine anni 80 (una su tutte “I Dischi del Mulo”). Gli anni in cui esisteva un dignitosissimo circuito nazionale, in grado di poter assorbire i talenti di province come la nostra, dal rock più radiofonico a fenomeni più underground: Litfiba, Bluvertigo, Negrita, Scisma, Afterhours, MCR, CCCP/CSI, Massimo Volume, Timoria, Casino Royale… Dopo il millennium bug, pare essersi poco a poco spento quel fuoco, parcellizzandosi, spargendo le scintille in micro ambienti, più o meno indie, più o meno settari, più o meno under. Scintille di frequente non prive di una propria bellezza (Giardini di Mirò per stare vicini a casa).

Generalmente dalla 14 alle 2 (e oltre), quella scena, la si poteva toccare con mano e respirare dalle sudate camicie (spesso Grunge) in quel capannone nell’Ex Salamini, come a Seattle, come a Bristol, come a Berlino. La geografia diventava non luogo immaginifico. Un porto di mare di facce, provenienze, simpatie e antipatie, rivalità e rancori, amicizie e progetti… sangue, sudore (tanto di quello) e lacrime. Dopo l’incubo delle scuole superiori e la fuga dai vari paeselli o dai claustrofobici quartieri, finalmente un felice, elettrico luogo di confino per i reietti che avevano in testa il sogno, e assieme l’inevitabile illusione, della musica.

Le famigliari stanze insonorizzate sembravano sospese nello spazio, forse la moquette nera o quelle casse, e sicuramente sono rimaste impresse indelebili in chi, come me ai tempi, ci passava non meno di 10 ore a settimana: fra “Cazzeggio e Musica, pochissima la Musica… (cit.)”. I gestori (S.&C. perché immagino il loro desiderio di anonimato) ci spendevano l’anima, divenendo riuscitissimo mix di amici-consulenti-baristi-confessori, musicisti anch’essi ovviamente e potenti psico-assorbitori di menate musical esistenziali. Non male. Assolutamente non male.

Furono i pazzi che concepirono e realizzarono la compilation, inarrivabile a fotografare una scena allora molto interessante ed in fermento, nel determinato continuum spazio-tempo del 1997, in piena “pre millenium tension”: “The Fridge”, di cui a memoria e in ordine casuale cito: bio tech, marlat, v.i.a., hidea, the piazza, neurox, reflue, scarecrow, listeria, blumchen cafe, spleenpop… e ne dimentico… Dal trash più tecnico al quasi folk pop, passando per indie rock ed elettronica. Con carrellata finale tipo Notte degli Oscar all’Onirica. Nomi a bizzeffe, molti dei quali ancora in giro, ancora col morbo da smaltire.

Erano anni in cui fiorivano i concorsi a livello provinciale e nazionale, ed erano ancora vetrine importanti, significative per un rock veramente targato dalla qualità, non erano ancora solo agenzie acchiappa-illusi… Anni in cui in città o nel raggio di pochi chilometri era possibile vedere il meglio delle band nazionali e magari farvi da spalla senza troppe agenzie di mezzo. Tempi in cui le più talentuose band dalla provincia potevano suonare al Binario Zero di Milano, al Bloom di Mezzago o all’Estragon di Bologna, senza doversi prostituire. Anni in cui i locali Arci di Parma tentavano veramente di seguire la vocazione sottesa in quella “C”… Sembrano trascorsi secoli ormai, ma la percezione del tempo è determinata dal corso degli imprevedibili eventi di massa, dai reality, dagli mp3 e da youtube, dai DJ e dalla musica elettronica (nel bene e nel male); dalla sempre maggior parcellizzazione di un mercato e di un ambiente che vive nella schizofrenia, alternando o fenomeni planetari o eventi microscopici, senza vie di mezzo. Sociologia inesorabile che la provincia può solo subire.

Tornerà tutto quanto sopra? Difficile, impossibile… Però, in mezzo a tutto questo pessimismo intanto la Sliver riapre sabato prossimo, con tutta la sua storia locale, con tutto il suo simbolismo, con tutto il suo realismo magico: come realismo magico è involontariamente lo stile di questo articolo. La Sliver riapre. W la Sliver.

Max Scaccaglia