Aspettando la resurrezione di Lenin, la Pasqua bolscevica (di Andrea Marsiletti)

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TeoDaily – Sconfiggere la malattia della morte grazie al progresso scientifico per giungere all’immortalità dell’uomo, fino alla resurrezione degli antenati e alla colonizzazione prima degli oceani e poi dei pianeti del cosmo per trovare nuovo spazio vitale contro il sovraffollamento.

Era questo il pensiero del filosofo Nikolaj Fëdorov, ideologo del cosmismo russo della fine del 1800, movimento che penetrò all’interno dell’apparato bolscevico fino a influenzare alcuni dei suoi vertici.

L’immortalità non è più la prospettiva escatologica dell’aldilà, ma il fine ultimo dell’aldiquà.

Fëdorov non nega la sua fede ortodossa, non si schiera contro di Dio. Il suo perfezionamento avvicina l’uomo a Dio.

Per il cosmista Stetnisky era quindi necessario abbandonare la pratica della cremazione dei corpi e puntare alla loro conservazione, congelandoli in un “cimitero mondiale” al Polo Nord. Una visione che evoca quella della Chiesa Cattolica che ha sempre contrastato la cremazione in vista della resurrezione dei corpi alla fine dei tempi.

E’ su questi presupposti, esoterici in quanto promossi da una elite intellettuale, che si comprende come nell’URSS materialista patria del comunismo sia avvenuta l’imbalsamazione del corpo di Lenin ancora oggi custodito nel mausoleo di fianco al Cremlino, come un Dio morto in attesa della resurrezione.

Trotzky si oppose all’imbalsamazione del corpo del leader rivoluzionario, Stalin era favorevole per creare il mito leninista di cui lui sarebbe stato il continuatore. Chissà chi la spuntò… ancora una volta.

Sul cadavere venne sperimentata una tecnica di conservazione basata su iniezioni di glicerina e acetato di potassio che produsse risultati eccezionali, al punto che i russi ritenevano che il corpo di Lenin fosse più bello da morto che da vivo, incorruttibile come quello di Cristo Risorto. Al massimo della sua attività il laboratorio che si occupava della salma di Lenin impiegava 200 persone.

Il mausoleo funebre fu costruito con una forma aliena all’architettura russa: una piramide a gradoni rossi come lo ziggurat di Babilonia, la più famosa della Mesopotamia, come la torre di Babele narrata nel libro della Genesi. Sulla cima non c’è una croce o una punta che collega al cielo, c’è un tempio da venerare.

La credenza che Lenin potesse tornare, come Gesù nella parusia, si diffuse nella Russia bolscevica. Se Cristo era il primogenito delle risurrezione mitica religiosa, Lenin sarebbe stato il primo risorto della scienza.

Il corpo imbalsamato divenne così meta di pellegrinaggio, esposto alla contemplazione dei fedeli del socialismo reale che non potevano pregare ma speravano che da un momento all’altro Lenin si risvegliasse, li guardasse negli occhi e magari rivelasse loro il futuro radioso del comunismo.

Il poeta Vladimir Majakovskij scrisse “Lenin visse, Lenin vive, Lenin vivrà”, una frase immortalista che veniva pronunciata in continuazione davanti alla tomba.

Nelle case del popolo sovietico le immagini di Lenin illuminate da candele rosse presero il posto delle icone ortodosse di Cristo.

Iniziarono a circolare fiabe che raccontavano di Lenin che si alza dalla tomba e cammina nel centro di Mosca. Alla vista di una guardia chiede: “Come va?”. “Bene, il numero dei comunisti è raddoppiato rispetto all’anno scorso” risponde la guardia. “Ah, bene, allora posso tornare a dormire” conclude Lenin.

Andrei Platonov, uno degli iniziali fautori dell’occultismo scientista sovietico, in merito alla possibilità di far risorgere Lenin, scrisse nel suo romanzo “Kotlovan”:

“Phrushevsky! I successi più elevati della scienza, la renderanno capace di far risorgere i corpi decomposti degli uomini?”

“No” rispose Prushevsky.

“Menti» – obbiettò Zhachev (…). Il marxismo può fare tutto. Perché credi che Lenin giaccia a Mosca perfettamente intatto? Attende la scienza, egli vuole risorgere dai morti”.

Buona Pasqua!

Andrea Marsiletti

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