INTERVISTA al direttore della Gazzetta di Parma Claudio Rinaldi: “Parma 2020 non è stata compromessa dal coronavirus. La mostra ‘Parma è la Gazzetta’ ha dimostrato il grandissimo affetto della città per il giornale”

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Lombatti
Claudio Rinaldi
Claudio Rinaldi, direttore della Gazzetta di Parma

A un anno dalla sua nomina a direttore della Gazzetta di Parma, abbiamo intervistato Claudio Rinaldi: cosa è cambiato nel giornale sotto la sua direzione?

Direttore, purtroppo non possiamo non iniziare l’intervista sul coronavirus. Come la Gazzetta di Parma ha affrontato questo problema così sentito e rilevante?

Credo che il nostro giornale stia dando un’informazione puntuale su quanto accade, ogni giorno pubblichiamo il bollettino dei contagiati, senza nascondere le notizie. Soprattutto dopo i primi giorni di boom, abbiamo voluto dare valore ai messaggi positivi, quali, ad esempio, la conferma di Cibus e l’appello dell’assessore Casa a tornare a una vita normale che abbiamo pubblicato accanto al grido d’allarme degli albergatori. Cerchiamo di far passare il messaggio che il coronavirus non è la Terza Guerra Mondiale. Fuori da Wuhan la mortalità è dello 0,7%.

Considero irrazionale, e per certi versi folle, la psicosi che ha portato all’assalto dei supermercati, con scene di liti per contendersi l’ultimo barattolo di fagioli o pacco di pasta. Addirittura girano fake news secondo le quali la Grecia richiederebbe forme di parmigiano reggiano col bollino “virus free”…

La recessione economica è un pericolo serio per l’Italia.

Il mondo dell’informazione ha delle colpe?

In parte sì. Deve trovare un difficile equilibrio: dare le notizie, senza creare panico.

Era giusto documentare sul coronavirus ma ritengo che, soprattutto in TV, se ne sia parlato troppo. Sono state mandate in onda pure delle maratone televisive. Ho visto un servizio nel quale il giornalista diceva: “Ecco un’ambulanza! Forse trasporta un contagiato”.

Dando tantissimo spazio al coronavirus, giornali e TV hanno inevitabilmente contribuito, credo in buonafede, a rintuzzare la psicosi collettiva.

Credi che gli effetti del coronavirus abbiamo compromesso Parma 2020?

Compromesso no, ma di sicuro è stata una grossa batosta. Quel 90% di disdette negli alberghi di Parma fa impressione.

Il destino di Parma 2020 dipenderà molto da quanto durerà questa emergenza.

Come è andata la mostra “Parma è la Gazzetta” inserita nel programma Parma 2020?

Benissimo, abbiamo avuto circa 8.000 visitatori. E’ stata chiusa per il coronavirus e adesso ha riaperto. Termina il 15 marzo. Purtroppo non ha speranza di essere prorogata perchè a ruota ne è prevista un’altra di Franco Maria Ricci.

Sono venute tantissime scolaresche. Le scuole erano uno dei nostri primi obiettivi per far conoscere il giornale ai giovani che sono nati digitali. Ai ragazzi abbiamo chiesto di scrivere un pensiero o un tema da pubblicare sulla Gazzetta. Sono andati esauriti tutti i posti delle visite guidate per gli abbonati. Lo dico senza falsa modestia: siamo rimasti colpiti dalle opinioni e dai commenti commuoventi lasciati sul libro degli ospiti. La Gazzetta non sarebbe la Gazzetta se non ci fosse questo affetto dei lettori, senza eguali. La quota di mercato dell’80% (da record, o quasi), il rapporto tra popolazione e copie vendute tra i più alti in assoluto ci danno soddisfazione ma questi numeri rischiano di essere “freddi” e di non dare conto dell’affetto dei lettori.

Cosa pensi di aver portato di tuo, come nuovo direttore, nella Gazzetta di Parma?

Ho portato la mia passione per Parma e la voglia di puntare sulla parmigianità. Ho fatto mie, e le cito sempre, alcune frasi di Baldassarre Molossi, che è stato un gigante assoluto, il direttore più importante della storia del giornale: “Le tre doti del bravo giornalista: esattezza, esattezza, esattezza”, oppure “Scrivi bene, facendoti capire dall’ortolana della Ghiaia, senza fare arrossire il professore universitario”. A chi gli chiedeva quale fosse il segreto del suo successo rispondeva: “Uno solo, la parmigianità”.

Sotto la mia direzione abbiamo dato ordine agli inserti, estraibili, aumentando il loro numero e pagine. La cronaca rimarrà sempre il cuore del giornale, ma di fianco a pezzi di cronaca più brevi, tutti i giorni proponiamo “pezzi di lettura” lunghi (nel gergo da 8-10.000 battute) che possono essere interviste o altro, che si aggiungono all’inserto di lettura della domenica. Abbiamo aumentato di una pagina gli interni-esteri, visto che molti nostri lettori leggono solo la Gazzetta e quindi dobbiamo offrirgli un’informazione più completa.

Come hai deciso di far convivere il giornale di carta col sito? Quale mediazione hai trovato?

La tua è una domanda senza risposta, nel senso che se uno azzeccasse la risposta giusta farebbe i miliardi.

Il nostro sito è fortunatamente molto cliccato ma, come noto, la pubblicità sul web rende meno di quella sulla carta. Gli editori non hanno ancora trovato il modo di fare rendere Internet perchè, sbagliando all’inizio, hanno abituato le persone all’idea che il web sia gratuito. Adesso è difficile tornare indietro.

Sono molto orgoglioso che quattro giornalisti professionisti si dedichino al sito. Non era scontato, ma per noi è fondamentale perchè puntiamo all’autorevolezza e quindi che il sito della Gazzetta sia autorevole quanto il giornale di carta.

Da sempre ci si interroga sul rischio di cannibalizzazione tra web e carta, anche se i pubblici sono abbastanza diversi. E’ chiaro che, in teoria, si dovrebbe dare sul sito (e su radio e TV) la notizia nella sua immediatezza, e sulla carta il suo successivo approfondimento. Questo non è sempre possibile, perchè se pubblichi una notizia di nera sul web, il giorno dopo sul giornale non puoi scrive un pezzo molto più approfondito.

Diciamo che è un miix non facile.

Negli Stati Uniti i giornali di carta erano dati per morti. L’elezione di Trump ha scatenato una corsa all’autorevolezza: in concomitanza alla sua campana elettorale era esploso il fenomeno delle fake news e i lettori americani hanno cercato rifugio nei giornali più autorevoli. New York Times, Wall Street Journal, Washington Post hanno moltiplicato gli abbonamenti, soprattutto digitali. Gli Stati Uniti spesso precorrono i tempi… speriamo questo fenomeno si verifichi anche da noi.

Il paradosso è che i giornali italiani, che sono in crisi nera, non hanno mai avuto tanti lettori come adesso. Ad esempio, gli utenti di Repubblica sul web sono molti di più delle 700.000 copie che il giornale vendeva anni fa.

Il problema per gli editori è che tutti questi lettori digitali sono gratuiti…

Andrea Marsiletti

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