La pietra tombale sulla celebrazione del Sant’Ilario. Le parole di speranza di Sant’Agostino illuminano il Teatro Regio (di Andrea Marsiletti)

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Dopo aver visto in streaming la celebrazione di Sant’Ilario di questa mattina è troppo facile citare il mio articolo dei giorni scorsi (leggi: E vai, un altro giro del carrozzone di Sant’Ilario!) e scrivere “avete visto, avevo ragione!”.

Troppo facile, fin antipatico, è come “menare uno che caga“.

Ripeto, ancora una volta, la premessa che le mie considerazioni prescindono dai vincitori delle medaglie d’oro e delle benemerenze (tutte persone stimabilissime), al punto che le mie critiche sono sempre precedenti alla comunicazione dell’elenco dei nomi.

Se si escludono i premiati, autorità, assessori e consiglieri comunali, qualche politico, giornalisti, dipendenti del Comune in servizio, la Maschera di Parma, vigili del fuoco, agenti della Digos, famigliari e amici dei premiati, iscritti delle associazioni premiate, in tutto il Teatro Regio non c’era un parmigiano “normale”, uno che fosse uno. Uno che fosse uno.

Mentre il Presidente del Consiglio comunale Michele Alinovi proclamava che “questa giornata è molto sentita dai cittadini”, su una popolazione residente di 201.540 persone erano collegate alla diretta streaming in 17 (0,004%). 17 persone (me compreso) su 201.540 vuol dire “nessuno”.

La “festa della città” è andata in onda nell’indifferenza della città.

La sorpresa di quest’anno è stata che per la prima volta sono rimasti vuoti molti posti delle prime file riservati alle autorità. Alcune hanno scelto di sedere in fondo. Si sono stufate pure loro della festa che fino a ieri riconosceva e attestava il loro status. O hanno capito che in certe occasioni è più qualificante l’assenza che la presenza.

Ad assistere alla premiazione di un “eroe parmigiano” come Franco Masini, che cura i malati di cuore in Sudan sotto le bombe, c’erano 9 parmigiani collegati.

Ma mi preme evidenziare alcune positività di questa edizione. Per la prima volta sono stati chiamati a sedere sul palco di fianco alle autorità i rappresentanti delle giovani generazioni. Bello, bravo Alinovi!

Bella anche l’idea della panchina rossa sul palco a testimonianza dell’impegno contro la violenza sulle donne. Peccato che sul palco ci fossero solo uomini…

Le luci della giornata le ha accese il sindaco Michele Guerra. Rivoluzionario quando nel suo discorso dice “Qui dentro c’è una piccola rappresentanza privilegiata”, là fuori il mondo. E’ la pietra tombale sull’autoreferenzialità e vanità del Sant’Ilario, su com’è stata intesa la celebrazione fino a oggi negli ultimi 40 anni.

Guerra conclude il suo discorso citando Sant’Agostino: “Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi“.

Basta lagnanze, pigrizie, chiacchiere, siamo tutti siamo chiamati a concorrere al bene comune, ciascuno secondo i propri talenti e capacità.

Per chi cura la rubrica di TeoDaily non poteva esserci un finale migliore.

Andrea Marsiletti

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