Quello che non ammazza ingrassa. Querele comprese (di Mauro Delgrosso)

Telefonata, di prima mattina, dai Carabinieri: “può per cortesia venire in caserma, dobbiamo notificarle un atto”.

Silenzio: “arrivo”.

Imbarazzo del maresciallo, con cui ci si conosce da sempre, per le notti passate alla ricerca del disperso, per l’incidente stradale, per il morto ammazzato. 

Passano alcuni mesi di bagnomaria, il rinvio a giudizio arriva.

Evvabè: è venerdì, ci penserò lunedì. Intanto, vado per boschi, la mia seconda casa, come accade sempre quando ho bisogno di pensare, di schiarirmi le idee.

E chi lo dice a mia moglie? E a mia figlia? Magari si preoccupano, sicuramente non capiscono. Ora mi tocca andare a difendermi in tribunale, per aver fatto lo spavaldo giornalista di campagna; oltretutto sono solo un pubblicista, quasi un niente per le testate per cui scrivo. Chissà cosa avrò sbagliato, cosa non sarà stato capito, per avere il rinvio; mi vengono mille dubbi. Mi immagino già il discorso della gentile consorte (in questi casi, mica tanto gentile): “poi mi spieghi cosa ci guadagni a pubblicare notizie, sono sempre solo rogne. Tanto le cose in Italia non cambiano. Mica ti danno una medaglia. Con il tempo che perdi, se non sai proprio cosa fare, meglio se tagli un po’ di legna, se porti in giro i turisti per funghi o fai due ripetizioni, così intanto porti a casa qualcosa”.

Le mogli hanno sempre ragione, anche se costa dargliene. Deciso: non le dico nulla, fino a fine processo. Evito di sentirmi delle cattive ragioni e soprattutto di preoccuparla, non se lo merita proprio; farla preoccupare, non servirebbe a niente, anzi. La somma di due stressati non fanno un soggetto sano. Si perché lo stress fa male, può anche uccidere.

Cammino, salgo di quota, quasi senza accorgetmene, penso: ma in fondo, io cosa ho fatto di male? Ho solo fatto il mio lavoro, ho solo riportato i fatti, le circostanze; io a Borgotaro ci vivo, ho visto con i miei occhi le persone che stavano male, le ho intervistate, la puzza la sentivamo tutti; ci sono montagne di documenti, di atti, di delibere. Ne hanno parlato in tanti, su tanti giornali, su tante tv. E poi, perché hanno querelato solo me, non il giornale, non il direttore? Perché non se la prendono con quelli che ho citato, il Sindaco e il direttore della AUSL, mica me le sono inventate le loro affermazioni. Cammino, cammino e inizio ad avere caldo, inizia a montarmi dentro un non so che di rabbioso. Mi bagno la faccia dentro alla mia solita sorgente, che condivido con tritoni e salamandre. Niente, ho un caldo bestiale, anche se il clima è freddo. Passo dal preoccupato di poche ore fa, all’arrabbiato, anzi decisamente al furioso.

Eccheccazzo! Sono a casa mia, ho detto la verità, cosa vogliono da me? Vogliono solo un risarcimento bestiale… vogliono cacciarmi in galera… dicono che li ho sputtanati e gli ho causato un danno enorme. Vogliono una montagna di soldi, tanti quanti non potrei guadagnare neanche in dieci vite di lavoro. Roba da restare impietrito e in mutande per il resto della vita. Io sfigatissimo cronista di provincia, appassionato di giornalismo, amante delle mie montagne, della mia gente, del mio ambiente, solo e minuscolo, contro un gigante, contro una multinazionale delle piastrelle, valutata alcune centinaia di milioni di euro. Ecco fatto, come finire in un casino inimmaginabile, per uno che vive a Borgo Val di Taro, in pieno Appennino parmense, ai margini del tutto, nel niente. Roba da fantascienza. Roba da disturbo intestinale incontenibile e perenne.

Chiamo un amico di sempre, uno di quelli modello “pane al pane, vino al vino”; ho le idee ancora un po’ confuse, la linea prende male, come quasi sempre qui nei boschi: capisco bene solo una frase, ripetuta più volte: “pensa ai partigiani, quello che succede a te è una cazzata, al confronto. Se hai ragione, e penso che tu ce l’abbia, non rompere le palle, tira fuori la grinta, lotta e fatti valere”.

L’incubo inizia ad essere meno nero, siamo alle gradazioni di grigio. Meno condanna a morte per impiccagione e più verso la fustigazione in pubblica piazza. In fondo ha ragione, l’amico. Ed è quasi buio quando esco dal castagneto e chiamo l’avvocato di famiglia, come usa in Appennino: “vieni, non ti preoccupare: in galera ne danno ancora da mangiare. Magari per te potrebbe essere un po’ poco, visto quanto mangi, ma vedrai che sopravviverai; risatona (lui!). Vieni lunedì e stai sereno, altra risatona (sempre lui!): ti presento un ragazzo, un collega che è una bomba di penalista”. Ahia, ahia…

Passano i mesi, si avvicina la prima udienza, intanto si fanno riunioni, proprio come nei film americani; telefonate su telefonate, email come non ci fosse un domani; si raccolgono tante prove materiali, si spendono un po’ di soldi; si studia, tanto. Ci si appassiona anche. Si scava, si scoprono anche tante altre cose, collegate al caso: non si sa mai, dovessero servire da qui a non si sa bene quale grado di giudizio. Si cercano i testimoni: sono la preoccupazione del tuo difensore, che è un vero mastino, ha sempre paura di non averne. Andrea Cantoni è uno che vuole essere strasicuro. Ed ecco, ecco la prima grande sorpresa, positiva: tutti disponibili, tutti sereni, qualcuno, quando anticipi, ma per sola cortesia, la convocazione in tribunale, ha qualche comprensibile timore. C’è chi si sente poco adatto, per indole, a volte troppo battagliera, a volte poco razionale: “se mi si blocca la vena, poi ho paura di esagare, visto quello che è successo”. Dite la verità, solo la verità, niente altro che la verità, vedrete che per questo caso sarà molto facile.

Intanto, anche se siamo in pieno Covid, anche se tu sei un soggetto a rischio per la tua salute, i lavori procedono, nessuna sospensione; le spese vanno su, il conto corrente va giù. Non c’è un ristoro per i giornalisti fessi e querelati; non c’è manco per quelli che lavorano già per un tozzo di pane raffermo.

Ma ecco un’altra sorpresa, anche questa positiva, da parte di quelli che sono venuti a sapere della tua disgrazia legale. Le voci, nelle comunità di montagna, corrono veloci come il vento di sprovino: “hai bisogno di una mano? Ti serve qualcosa? Soldi? No grazie, ho preso un avvocato sostenibile, poco alla volta ci si salta fuori”. Una cosa che però ti fa un piacere immenso: dai, in fondo non sei proprio solo. Parallelamente ti ricominciano a girare gli zebedei: senza contare il tempo perso, sono sempre soldi faticosamente guadagnati, tolti alla famiglia, anche a te stesso. In un anno di crisi nera, anzi nerissima. E per cosa? Per aver fatto il tuo dovere, di cittadino e di giornalista: te lo ripeti sempre, e sempre ti monta una certa rabbia.

Partono le udienze, le testimonianze. Non partecipo, non posso partecipare, il mio medico me lo vieta in modo perentorio, per il Covid: se mi contagio, muoio. Eppure avrei avuto tanto piacere a guardare negli occhi il mio querelante, insieme a chi gli dava corda. Da montanaro a uomo di città, da uomo a uomo, per vedere cosa c’è dietro ad uno sguardo di chi ti ha querelato, senza per te un motivo; è lui che è venuto a casa tua, non il contrario; tutto questo non per fare il vendicatore, ma sempre e solo con spirito giornalistico, da cronista di provincia. Solo per capire cosa c’è dentro alla testa di certa gente. Niente, il rischio Covid mi toglie anche questi momenti, attimi ed emozioni per cui a volte vale la pena vivere. Per cui alla fine hai lavorato due anni.

Arriva la sentenza, il 14 dicembre 2020, e come prevedibile è di totale assoluzione; i fatti, nel giungo 2017 erano quelli da me narrati, niente di più, niente di meno; 12 pagine di motivazioni, ineccepibili. Il tuo avvocato, in una tarda mattina già intensa ma ora resa ancor più indimenticabile, è al telefono; pausa, momento di silenzio; poi, ridendo: “sei un uomo libero, complimenti”. Dal giudice, leggendo poi le motivazioni, arriva solo una considerazione sul come usare un aggettivo: lo confesso, è la prima cosa che avevo detto al mio avvocato, quando abbiamo analizzato in modo analitico il pezzo. Non convinceva neanche me. Come può capitare, se lo avessi riscritto, se lo avessi potuto riscrivere, non avrei cambiato niente se non quell’aggettivo. Grazie giudice.

Epilogo finale (forse!), siamo prossimi al Natale 2020, a casa Delgrosso; fuori c’è una neve come non se ne vedeva da tempo, si cena con una bella fiorentina cotta in piedi e una montagna di patate del mio bosco, quello dove vado a meditare e a grigliare: “per cortesia, passami il sale. A proposito: la Laminam mi ha querelato, per un mio articolo, mi ha chiesto una barcata di soldi. Abbiamo già fatto il processo, avevo ragione io, ho vinto io”.

Replica della moglie: “ecco, bravo, però ora smettila di fare il coglione, sai che certe cose mi irritano; vuoi uomini siete sempre a fare delle risse, a cercare guai anche quando non serve, anche con chi è più grande di voi; questa volta ti è andata bene, non sarai sempre così fortunato. Pausa: a proposito quanto hai speso?”.

Mauro Delgrosso