TAPPA 2: Il motel, una storia vera ma da rivedere (di Marcello Frigeri)

Lombatti
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Marcello Frigeri racconta in tempo reale ai lettori di ParmaDaily il suo viaggio negli Stati Uniti da Chicago al “Profondo Sud” fino alla Louisiana.

Sono le 22 di sera di un mercoledì trascorso tagliando con la Chevrolet i vasti campi dell’Illinois, dove vecchi silos e le guglie bianco-pulite delle fattorie svettano come atolli dai campi di mais.

La notte è arrivata all’improvviso sulla Interstatale 55, ma del campeggio che indicava il navigatore non vi è traccia. Così lo scoramento e un po’ di panico iniziano a fendere l’aria, già resa desolata e pesante dagli sbuffi lontani e sferraglianti di un treno merci, unica presenza in quella landa buia.

Poi, all’improvviso come all’improvviso era calata la sera, una luce pallida e piccola nella notte e una insegna al neon baluginante: Canal motel, indica il cartello arrugginito.

Non potevamo fare altro che abbandonare la ricerca del campeggio. Sterzo d’istinto e mi immetto in un parcheggio silenzioso dove sosta una Ford rossa.

La porta di ingresso è chiusa, tappezzata da fogli bianchi scarabocchiati con frasi del genere: “no pets” seguite da tre punti esclamativi per rimarcare la pretesa.

Si trascina verso di noi una signora barcollante e sulla settantina, volto scuro e occhiali tondi: “Cosa volete?”. A me sembrava chiaro cosa volessimo, ma rispondiamo: “Una stanza per una notte, cercavamo un campeggio ma forse non è questa la zona”.

La signora corruccia la fronte, ci guarda sospettosa, guarda oltre a noi: “Avete animali?”, “No signora, siamo solo noi”. Perché io non voglio animali qui, lo avete letto il cartello vero? “.

“Sì signora, siamo solo noi”.

“Se avete animali lo dovete dire subito, non li voglio”. Ci guardiamo perplessi, guardiamo dietro di noi…

“Siamo solo noi e quella macchina, vogliamo solo una stanza per una notte”.

La signora torna a guardarci “Qui rubano tutto, salviette, saponi, cuscini. Io non voglio casini, sono 65 dollari più 25 di cauzione. Ve la rido domattina”.

Gli allunghiamo i soldi, deve darci 10 di resto “Anche quelli ve li rido domattina”, “No signora, facciamo allora che glieli diamo contati”.

Allunghiamo i passaporti. “E questi cosa sono?”

“I nostri passaporti”.

Lei non capisce, scuote la testa “No no, non va bene, non se ne fa nulla, addio”.

Sentivamo come se dovessimo andarcene, “Signora, sono documenti di identità, le diamo la patente se vuole, quello che vuole, ci basta solo una stanza”.

Sembra accettare la trattativa, “Da dove venite? Non sembrate americani”.

Torniamo a guardarci, “Italia”. La signora corruccia la fronte come se avesse sentito “Italia” per la prima volta.

“Va bene, va bene, ora scrivete qui nome, cognome, indirizzo, targa dell’auto e numero di telefono”, “dobbiamo inserire anche il prefisso internazional… Lasci stare”. Scriviamo.

“Stanza numero tre, io sono alla uno, domattina check out alle 10”, “Lo faremo tra le cinque e le sei se può andarle bene”. “Va bene, va bene, suonate a quel campanello, e mi raccomando gli animali, non li voglio”.

Usciamo. L’aria è calda, sulla Interstatale rombano i tir, il neon balugina. Una luce blu si accende e si spegne nella stanza 10, forse un inquilino che non trova sonno. Pensavo di fare la guardia durante la notte, ma Daniela mi ha fatto desistere. Ci addormentiamo in una stanza fatiscente e impregnata di fumo ai piedi del mondo, lì da qualche parte nelle pianure dell’Illinois, con il treno che sbuffa in lontananza e sferraglia lungo la scarpata ferroviaria.

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Reportage di Marcello Frigeri: da Chicago al deep sud degli USA

Tappa 1: Chicago. Il reportage di Marcello Frigeri in viaggio verso deep sud degli Stati Uniti

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