L’inerzia è a favore di Guerra. Questa opposizione molecolare rischia di perdere cinque anni (di Lorenzo Lasagna)

Lombatti

La vittoria di Michele Guerra ha chiuso una fase della politica parmigiana lunga ventiquattro anni, il cui leit motiv è stato l’assenza della sinistra ‘storica’ dal governo della città.

Tuttavia, nonostante la collocazione lungo un continuum che va da Azione a Fratelli d’Italia, i gruppi di minoranza appaiono frammentati come raramente era accaduto in passato. Alle elezioni avevano sostenuto tre diversi candidati, ma oggi sono già frazionati in sei tronconi politicamente indipendenti (Fratelli d’Italia, Lega, Lista Vignali, Gruppo Civico Costi, Civiltà Parmigiana e Azione). A ciò si aggiunga il fatto che quattro dei sei ‘tronconi’ esprimono un solo consigliere. In pratica, quella che abbiamo sotto gli occhi è un’opposizione molecolare.

Nel frattempo, l’inerzia della partita è tutta in favore di Guerra: vincitore indiscusso delle elezioni, in piena luna di miele amministrativa, forte dell’essere sindaco ‘di sinistra’ in una città anch’essa (pur con qualche peculiarità) ‘di sinistra’. Ma non basta: contro le opposizioni gioca anche la legge elettorale per i comuni, che conferisce ai sindaci per cinque anni un solido potere di governo.

A costo di apparire cinico, vorrei sgomberare il campo da possibili equivoci. Nessuna iniziativa consigliare può portare alla sconfitta di un’amministrazione in carica. Nemmeno la murderers’ row messa in campo nel 2007 contro Vignali (animata dal tridente Ablondi-Guarnieri-Pagliari) poté mai arrecare alcun danno pratico al sindaco di allora, prima che la parola passasse alle iniziative giudiziarie e agli arresti.



Neanche un lavoro di cucitura delle sacche di malcontento presenti in città, del resto, offrirebbe un valido punto d’appoggio. Ripartire dalle segreterie? Inutile. Le forze politiche invecchiano a ritmi travolgenti, e sappiamo che partiti oggi all’acme del consenso, tra cinque anni potrebbero non esistere più.

Ecco allora la mia professione di cinismo: il solo punto di Archimede per la ripresa di un’azione politica degna di tal nome, è (sarebbe) un leader all’altezza del compito che lo attende.

E qui, per il centro-centrodestra, le cose si complicano ulteriormente. Di leader predestinati al ruolo di federatori della diaspora civico-conservatrice, per ora non se ve vedono. Non Laura Cavandoli, da poco riconfermata nel suo impegno parlamentare, né Priamo Bocchi, espressione di un partito che a Parma resta lontano dal baricentro di ogni possibile alleanza a vocazione maggioritaria. Non va meglio a Dario Costi, reduce da una sterile vittoria tattica, il quale ha visto erodersi ogni spazio di manovra e mantiene un debole controllo politico del suo stesso gruppo consigliare. Vignali, dal canto suo, vive la situazione contraddittoria di aver creato nel fuoco della campagna elettorale la più robusta forza di minoranza, ma di avere già giocato le carte a sua disposizione come leader di coalizione.

Da dove ripartire?

In epoche diverse, la costruzione di un leader era un percorso razionale e partecipato, con regole che sottintendevano una grammatica e un metodo comune. Nella politica 3.0, invece, la classe dirigente nasce solo in due modi: per cooptazione o per auto-investitura. In entrambi i casi si tratta di processi subitanei, che non richiedono gestazione. E per questo espongono a ripetuti fallimenti.

Consigli è inutile darne, lo so bene. Ma qualche riflessione si può tentare, a futura memoria.

1. Chi ha tempo non aspetti tempo. L’inazione è un comodo alibi, che ha nobilissimi padri. Ma l’esperienza insegna che una volta persa (o ceduta) l’iniziativa, riprenderla è maledettamente complicato (si pensi al prezzo che la Lega ha pagato alle elezioni politiche per il basso profilo tenuto alle amministrative).

2. Le relazioni preesistono. La velocità crescente di ogni nostra scelta, rafforza l’illusione che le relazioni (personali e politiche) si possano creare ad hoc, cioè quando se ne presenta la necessità. Invece, le reti vanno costruite quando ancora sembra che non servano a nulla. Sono precondizioni, infrastrutture.

3. La cooptazione è anti-darwiniana. Cooptare i nuovi leader significa abbassare il livello della propria classe dirigente. Nessun gruppo di potere, infatti, coopta persone più capaci di quelle che lo compongono. Di cooptazione in cooptazione, dal dieci si passa al nove, dal nove all’otto, e così via.

Trovarsi al quattro, è solo questione di tempo. In politica come altrove, sarebbe interessante darsi una regola: invertire la tendenza scegliendo persone che siano più capaci di chi le deve selezionare.

Ecco, se dovessi assegnare i compiti a casa per chi farà opposizione al Sindaco Guerra, sarebbero questi: muoversi adesso (sì, adesso), costruire relazioni estese e capillari, e impegnarsi da subito nella scelta di nuove persone da coinvolgere. Sarebbe anche un modo brillante per chiudere la ridicola polemica sollevata nei giorni scorsi sul concetto di merito.

Lorenzo Lasagna