Una famiglia piccolo borghese davanti al cancello del monastero di clausura

Rubrica: Il silenzio della clausura

Appena uscito dal monastero di clausura di Fara in Sabina, dove ero rimasto per due notti ospite delle Clarisse Eremite, mi fermo a mirare il dipinto di Santa Chiara di fianco al cancello d’ingresso.

Sono gli ultimi istanti della mia esperienza vissuta nella dimensione contemplativa di Dio.

“Scusa, è questo il monastero di clausura?”

Un suono di donna irrompe alle mie spalle.

Dopo tanto silenzio non sono più avvezzo e quei rumori mi disturbano.

Mi volto, svogliato. “Sì.”

“Di che ordine è?” domanda, sebbene l’incisione parli chiaro: “Monastero Clarisse Eremite Santa Maria della Provvidenza”… ma probabilmente non sa chi sono le Clarisse.

Sono incerto e mi viene in mente l’immagine della copertina di “Che fare?”, il testo in cui Lenin delinea la sua teoria dell’organizzazione e la strategia del partito rivoluzionario del proletariato. “Andrea, non fare il maleducato, rispondi!” mi ammonisce una voce da qualche imprecisato mondo interiore. In fin dei conti questa famiglia in gita domenicale non aveva mica bestemmiato.

“Sono le Clarisse, l’ordine claustrale che segue la regola di Santa Chiara, la seguace di San Francesco che scrisse una rigida regola per la clausura femminile”.

“Povere donne, chiuse lì dentro per tutta la vita. Con tutto il rispetto, è un’assurdità” sentenzia il marito con tono compassionevole.

Oddio, dopo tre giorni passati nel silenzio santo e vergine del monastero, le prime parole che mi tocca sentire sono queste banalità. Adesso non gli rimane che appellare le monache di clausura come “sepolte vive” o “prigioniere di Dio”… ma forse bisogna aver letto qualcosa per fare queste citazioni. Non mi sembra il suo caso.

“Io sono psicologa, studio la mente umana, e la clausura proprio non la capisco” rincara la donna.

Non ho voglia di aggiungere altro, solo di fissare gli occhi severi di Santa Chiara prima di prendere la macchina e tornare a casa. Ma nel monastero poche altre parole risuonano come “umiltà” e quindi mi prendo la briga di replicare. Lo faccio per non tradire subito le mie monache, per dimostrare a me stesso che questa esperienza è stata per me, se non salvifica, quantomeno benefica, e che la fiducia che le monache mi hanno dimostrato accogliendomi nei loro intimi momenti di preghiera era stata ben riposta, non certo per educare o redimere questa famiglia piccolo borghese: “La clausura è un modo per significare all’umanità che Dio esiste. E’ il segno della presenza di Dio che si manifesta nella contemplazione, nel silenzio, nella preghiera perenne per il bene di tutti gli uomini.”

“Nulla nei loro confronti, ci mancherebbe, ma il bene si fa andando fuori tra la gente, a curare i malati, non scappando dentro un monastero”, insiste la donna convinta di argomentare con efficacia forte dei suoi studi universitari di logica, razionalità e psiche umana.

Lei parla… io rimango in silenzio. Basta così, ho già dato, le Clarisse non possono chiedermi uno sforzo ulteriore a fronte di parole così scontante e ripetute da aver perso al mio orecchio ogni significato ma purtroppo sentire collettivo.

Mi sovviene l’ammonimento di Henry Ford: “Le anatre depongono le loro uova in silenzio. Le galline invece schiamazzano come impazzite. Qual è la conseguenza? Tutto il mondo mangia uova di gallina.”

Taglio corto e saluto: “Adesso devo andare, mi dispiace. Buona domenica!”

Guardo per l’ultima volta Santa Chiara, l’avrei voluta salutare con più spiritualità.

Ma è meglio avere il 50% di qualcosa che il 100% di niente.

Andrea Marsiletti


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