Continua lo sciame sismico nel parmense Fabrizio Storti: “L’Appennino si sta alzando, succede da milioni di anni”

Non si ferma lo sciame sismico nel parmense, anche tra il 19 e il 20 febbraio l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha registrato una trentina di scosse, con epicentro prevalentemente a Felino e Langhirano, ma anche Calestano e Fornovo Taro.

I sismografi hanno registrato scosse anche di 3.8, alle 14.46 del 20 febbraio con epicentro Calestano e di 3.2 alle 12.03 con epicentro Langhirano.

Fabrizio Storti, professore di Geologia Strutturale e Tettonica e prorettore vicario dell’Università degli Studi di Parma ci spiega che: “Quello che succede in queste settimane è quanto sta accadendo da vari milioni di anni. Ovvero c’è una collisione della micro placca adriatica con la placca euro asiatica. Questa collisione crea una sorta di cicatrice. La collisione nel nostro caso è ancora in atto per cui la catena appenninica cresce molto lentamente a piccolissimi scatti che avvengono quando la frizione sulla faglia è superata. Quando l’attrito viene superato e le faglie cominciano a scricchiolare consumano energia e poi si rifermano. Per fare un esempio semplice possiamo dire che è come una molla che si scarica e si ricarica lentamente e poi riscatta, è un fenomeno ciclico”.

Quindi il nostro appennino si sta alzando?

Sì, ma molto lentamente. Questi movimenti per noi sono quasi impercettibili, perché fortunatamente le magnitudo sono basse. Anche i terremoti un po’ più forti, che hanno interessato in passato il territorio, non hanno mai causato cambiamenti del paesaggio, si pensi a quanto accaduto, invece, in Turchia con energie distruttive che hanno alzato il terreno di metri.

In sostanza la catena appenninica è sepolta sotto i nostri piedi, sono le cosiddette pieghe emiliane: una pila di faglie e pieghe con sopra la città. Il piatto in superfice, la pianura, è data dal riempimento differenziale dei detriti del Po e dai suoi affluenti: nel corso di centinaia di migliaia di anni hanno sepolto tutto e livellato. Dato che la velocità di crescita dell’Appennino è molto bassa, i fiumi riescono ad attutire portando sedimenti e colmando le depressioni.

Se potessimo vedere Parma tra due milioni di anni probabilmente la troveremmo su una collina.

Secondo la sua esperienza la situazione è preoccupante?

Non c’è niente di strano, niente di anomalo rispetto a quanto sta accadendo. È fisiologico per una catena attiva e in crescita come l’Appennino nella sua parte frontale. Parma è al fronte dell’Appennino ed è inevitabile che subisca terremoti. Ce ne sono stati di più importanti in passato. Purtroppo noi geologi sappiamo solo dove avverranno i terremoti, ma non quando e non di quale intensità.

Può succedere che gli sciami sismici precedono o seguano un sisma principale.

A che punto siamo secondo lei?

Noi speriamo che il terremoto di magnitudo 4.2 di dieci giorni fa sia stato il picco e che dunque queste che sentiamo in questi giorni siano le scosse di assestamento. Se c’è ancora energia nel sottosuolo da liberare è meglio che si vada avanti con piccole scosse. Ma nessuno può avere certezze. La serenità ce la può dare solo la prevenzione.

Noi viviamo in un ambiente sismico, sismogenetico, il nostro pianeta genera terremoti e di questo dobbiamo prendere atto. Non dobbiamo lasciarci andare al fatalismo e all’imponderabile. Sappiamo che c’è una probabilità che possa capitare e questo dovrebbe bastare per fare prevenzione sugli edifici. Dobbiamo pretendere di vivere e abitare in edifici sicuri, che rispettino le norme entrate in vigore dopo il terremoto de L’Aquila del 2009.

Tatiana Cogo

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