† Don Umberto Cocconi: “Dobbiamo rialzare il nostro sguardo, per incontrare quello degli altri”

Il colloquio con Don Umberto Cocconi (dopo la prima parte dell’intervista già pubblicata qualche settimana fa) continua ora cercando di spostare la visione oltre le mura cittadina, di capire, o almeno provarci, il mondo che ci circonda.

Qual è a tua esperienza con le comunità straniere?

Ho diversi contatti con gli studenti stranieri che vengono qui a studiare. Sono comunità significative. E sono spesso comunità che, almeno all’inizio, hanno problemi con la lingua o la ricerca dei luoghi da frequentare, dove ritrovarsi, dove provare una contaminazione reciproca. E anche tra questi ragazzi non mancano situazioni economiche non floride. Di conseguenza non sempre hanno le possibilità per tenere i ritmi sociali ed economici che questa città richiede.

Io stesso ne sono testimone diretto: sono andato pochi giorni fa a mangiare in un locale al cine-campus… 60 euro per tre panini… ma come si fa?!? Questi alti costi sono, obiettivamente, un ostacolo all’incontro delle persone.

Ma quindi in questa Parma così “cara”, vedi un problema di povertà?
Ma certo! Lo vedi qui dove siamo ora (ndr. l’intervista è stata rilasciata in via Farini). Su questa via vedi i negozi che stanno chiudendo. E questa dovrebbe essere una vetrina della città, beh anche da qui si apre la visione sui ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
La forbice si allarga sempre di più arrivando alla situazione di queste famiglie che prima riuscivano a stare dentro a un sistema economico che gli permetteva di superare la povertà ma adesso non ce la fanno più.

Ma quanto è facile o difficile, oggi nel 2023, chiedere aiuto?

Beh, questo è l’altro tema. Ti vergogni a chiudere aiuto. Spesso, però, ci sono famiglie che ottengono solidarietà da altre famiglie della propria comunità. Ma a volte si crea poi il problema dello smembramento delle famiglie. La Caritas fa la sua parte di accoglienza, fa tutto quello che può ma le sue possibilità non sono infinite.

Poi ci sono questi affitti così cari… come fai a pagare un affitto di 500-600 euro, più le bollette… come fai a pagare? Se uno perde la casa, oltre allo smacco sociale, perde tutto! Sono prezzi che andrebbero calmierati, andrebbe trovata una soluzione.

Una volta la povertà non era una cosa così brutta, la miseria, quella nera per intenderci, al contrario, faceva paura. Oggi?

Risalire dopo che si è caduti è difficile, e altrettanto difficile è ammetterlo. Quanti uomini ho conosciuto che vivono in macchina. Magari dopo che la moglie è tornata nel proprio Paese. E comunque sono tutti uomini che sperano di ritrovare una via, la loro strada.

Visto che siamo entrati nel merito, cosa pensi di questa situazione, estremamente attuale, di chi muore scappando da guerre e povertà nella speranza di venire in Europa?

Dico che mi devo sentire un po’ colpevole, anzi ci dobbiamo ritenere tutti colpevoli. Chi più, chi meno, certo. Facciamo l’esempio dell’avvistamento di una barca, sappiamo delle sue condizioni e non interveniamo? E’ una mancanza nostra, è non cogliere una responsabilità che ci compete. Specie quando sappiamo di scafisti che farebbero di tutto per non essere catturati!

Mi chiedo, ad esempio, e me lo chiedo continuamente, riguardo alla tragedia di Cutro, come sia potuto accadere. Non essere stati attenti è un peso che ci porteremo dietro. Oggi spendiamo un mare di soldi per cercare dei cadaveri, ma prima dove eravamo?


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Cercando di allargare lo sguardo… viene in mente una frase di Gino Strada: “ se avessimo speso tutti i soldi usati per la guerra in Afghanistan per gli afghani oggi quel paese sarebbe una sorta di Svizzera!”

Qui c’è, invece, il tema di questa guerra che continua, di questi costi folli, di questi carri armati “Leopard” che costano due milioni di dollari e possono essere distrutti in cinque minuti. Da una parte ci sono delle legittime ragioni, per carità, ma non si vede uno sbocco: chi sta vincendo in quel momento non vuole fare la pace, e viceversa quando il fronte si ribalta. Se necessario dobbiamo tirare le orecchie a qualcuno, ma bisogna trovare una soluzione.

Non possiamo continuare così. La guerra un veicolo di miseria. E lo è anche da noi l’inflazione e l’aumento dei costi. E’ così per noi, figuriamoci per chi scappa! Abbiamo perso l’uso della ragione in queste cose, dobbiamo tornare in noi stessi!

Un’ultima domanda, qual è la tua speranza per Parma, ma oserei dire per il mondo?

La mia speranza c’è. E’ vedere che ci sono delle forze, delle persone, delle associazioni che sono una ricchezza. Se parliamo ora della nostra città, sono oltre 500 le associazioni, anche di volontariato. Gruppi di cittadini che si mettono al servizio di una collettività. Il mondo del volontario è il mondo dei talenti. Costruiscono il noi. E’ un’eccellenza della nostra città, delle nostre città. Anzi, sono una eccellenza proprio le persone che dedicano parte del proprio tempo agli altri. Penso, fra i tanti, ai volontari che lavorano in carcere. Esperienze da cui nascono a volte anche cooperative sociali. Tutte queste persone sono il baluardo che ci permettono di non rassegnarci e che ci consentiranno, un giorno, di ridisegnare tutto il nostro tessuto sociale.

A questo punto però sorge allora un’ultima domanda: qual è il tuo pensiero sulle povertà morali, spirituali?

C’è oggi quello che io chiamo l’ipnosi del sensibile, siamo catturati dall’effimero, dal superfluo. E se a questo aggiungo tutte quelle situazioni che ci fanno addormentare, beh, arriviamo al punto che smettiamo di pensare, di riflettere.

Riflettere vuole dire agire, porsi delle domande importanti, vitali. E invece siamo distratti. Un’epoca di distrazione, fagocitati dal nostro io, dal nostro benessere, non vogliamo siano intaccate le nostre posizioni di potere.

Da ciò deriva il condizionamento che non ci fa vedere le cose come realmente sono. Ci accontentiamo di uno status quo, non siamo alla ricerca della verità, del perché, del come mai è successo. Rimaniamo nella nostra realtà che ci siamo costruiti, non guardiamo oltre.

Ecco la nostra società è diventata come un tavor… ed è su questo che vorrei rivolgere il mio ultimo pensiero: dobbiamo imparare ad alzare lo sguardo, anche solo per incontrare quello degli altri. Altrimenti rimaniamo ripiegati su noi stessi.

Simone Guernelli

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